1.2.16

Sempre ora



"La poesia è un'iniziazione perpetua, e il mondo comincia ora, sempre comincia ora".


-

*

*



25.1.16

Certe Salvezze





(Del Diluvio Universale tutto si sa. Ma di quello Singolare, senza arca e senza mito, non parla mai nessuno).



*




-

9.11.15

Prendi questa mano, Nina

 
Nina per i Tarocchi di Enologica, Salone del vino e del prodotto tipico dell'Emilia Romagna, 
dal 21 al 23 Novembre 2015, Palazzo Re Enzo, Bologna



Prendi questa mano, Nina
dimmi pure che destino avrò
ora che il vento porta in giro le foglie
e la pioggia fa fumare i falò
E c'è uno che dice "Guarda!"
uno che dice "Dove?" uno che dice "Chissà"
e c'è acqua che è ferma, acqua che si muove
acqua che se ne va
Prendi questa mano,
leggila fin che vuoi
leggila fino all'ultimo
leggila come puoi

dimmi ancora quanta vita ci va
di quanti anni sarà fatto il tempo
e il tempo cosa sembrerà
Saranno macchine o fili d'erba?
saranno numeri da ricordare
saranno barche da ridipingere
saranno alberi da piantare

Prendi questa mano,
fammi posto vicino a te
la notte è lunga da attraversare
fammi posto vicino a te
I tuoi occhi sorridono nell'ombra
le tue carte si aprono
le nostre mani si mischiano
E il presente e l'infinito
nel buio si confondono
mentre i tuoi sensi rispondono
nell'immensità.

-



Nina,  che voleva essere la ventiquattresima carta








4.11.15

Mitologia

francesca ballarini orfeo euridice illustrazione
Non bisognerebbe mai lasciare Nina da sola per troppo tempo, ma neanche per poco.
Qualcosa va sempre più veloce però là fuori, mentre qui dentro occorre sentire lo scandire dei secondi, dei minuti e, a volte, lusso e spericolatezza, pure delle ore. È tana negli alberi (vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro / e udire ogni voce, prima che risonasse), sempre.

Forse questo tempo necessario fisicamente arriva quando comincia a far freddo, quando senti casa, quando la guardi la tua casa, e quelle cose che sai che non devono andar veloci le lasci qui, come segnale per il tuo presente.

Da settimane mi (in)segue una poesia di Rilke, su Orfeo ed Euridice.
Fin da piccola è sempre stato il mio mito preferito, non sapevo bene perché, così tragico, così pulsante, così invano. Li ho sempre immaginati bellissimi tutti e due, Orfeo ed Euridice, mortali più che mai, mi erano come familiari.

Averla scoperta solo adesso - e mi dà affanno ogni volta che leggo, perché sono loro, perché funziona così - mi spiace, come aver mancato a un appuntamento, ma forse neanche tanto perché ora la capisco.

E poi più che una poesia pare una lunga strada, di estraniamento che tu sai così assurdo e concreto assieme, li senti i passi e i sassi, la radice e la morte sospesa, e il fiatone di chi il fiato ancora ce l'ha, e magari ogni volta ci speri, giuro che ci speri che la fine cambi, che lui non si volti, magari lui stavolta avrà fede e non si volterà.



Orfeo. Euridice. Ermes

(di Rainer Maria Rilke - trad. di Gilberto Forti)


Era l'arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d'argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v'era.

V'erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stagno grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell'unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell'unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l'uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull'ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l'occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l'udito indugiava come l'odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l'eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poichè un solo sguardo frantumava
tutta l'impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell'ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l'agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all'altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sè e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
nè alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sè, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d'ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell'esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l'isola del talamo,
né più era il possesso dell'uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all'improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull'uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,   
incerta, mite e senza impazienza.



-




7.4.15

Un puntino vicinissimo




Vedi,
 gli disse la Luna,
 la distanza è cosa così piccola, 
e senso così vano, 
se io e te ci guardiamo.





*

24.2.15

Adesso che

francesca ballarini illustrazioni il piccolo principe

Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso

che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.



(Chandra Livia Candiani, da
La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore - Einaudi 2014)
  

Il piccolo principe è cresciuto -
ama le volpi, tanti tipi diversi di fiori, e non ha alcun interesse a diventare re.






*


11.2.15

Come tanti puntini tra parentesi

francesca ballarini illustrazione szymborska
(...)

 Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

(...)


w.s.




A Shaun Tan, a Wislawa Szymborska, a chi mi sveglia, a chi mi trova.


*





10.2.15

Disegna la paura

francesca ballarini illustrazione
"Che cos'altro sconvolge l'occhio se non l'invisibile?"


  

Bobò, così detto da Nina, che poi è il Babau, Boogeyman - come lo chiamate voi? Da me stava in soffitta, al quarto piano, e la luce si spegneva sempre prima che tu avessi fatto in tempo a prendere quel che dovevi prendere, e non c'era modo di scendere giù dalle scale al buio senza correre a perdifiato, prima che. 
Prima che? Non so, però prima, dovevi fare prima.


*



2.2.15

Una baia che era un'onda

Il punto non è cosa vedi, ma dove sei. 

Dipende sempre da dove arrivi, da dove guardi - come a Despina, come in tutte le cose. 
Se sei dentro vedrai la baia, terra ferma che protegge. Se sei fuori vedrai l'onda, enorme acqua che travolge.





*
*



26.1.15

La strada

francesca ballarini illustrazione bianca tarozzi


Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?
 
Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.

Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse, poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.



(Bianca Tarozzi, da "Prima e dopo") 





30.11.14

A chi sa spiegare questo forte silenzio


Da giorni col cuore impazzito, le batteva troppo forte dicevano, io lo capivo, lei capiva me.

Le zampe affievolite, la traiettoria sbandata, lo sguardo infuriato silente, non sentiva più.
L'altra notte s'è distesa come una sfinge sul pavimento del balcone, era fredda l'aria, oppure no.
Guardava fuori la ringhiera, in lotta muta col cielo nero, tempo fermo.
Si parlavano, facevano i loro piani.
Il cielo guardava lei, lei guardava il cielo.
Ossuta, cosmica, sembrava una regina, di se stessa, di ogni pianeta.

Non andartene docile in quella buona notte 
Infuriati, infuriati contro il morire della luce

Sembrava dire, a me.

Avrebbe aspettato stamattina, a compleanno passato, per esaurire il cuore. Tutta impressa quella sera di venti anni fa, quando in una scatola appoggiata sul mio letto da bambina m'aspettava a sorpresa, regalo più bello di sempre. E c'eravamo guardate, come col cielo, legate a doppio filo, spaurite, principianti e salve, l'una per l'altra.


Creatura mia amica, a me simile, alla grazia del tuo piccolo cuore in corsa.

2.9.14

Colors

aida francesco micheli francesca ballarini
"La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, è il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo passo, non t’accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare l’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. Corre la nuvola, da grigia si fa lattiginosa e lucida, il cielo dietro è diventato nero, è notte, le stelle si sono accese, la luna è un grande specchio abbagliante che vola. Chi riconoscerebbe in lei quella di qualche ora fa? Ora è un lago di lucentezza che sprizza raggi tutt’intorno e trabocca nel buio un alone di freddo argento e inonda di luce bianca le strade dei nottambuli."

(dal racconto “Palomar guarda il cielo” - Italo Calvino)


Un prisma, sotto la stessa luna // Aida, estate 2014






4.7.14

Solo per questo amor

sferisterio francesca ballarini
aida sferisterio francesca ballarini

"Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso, ma è più rischioso non farlo mai."

Avrò avuto 4 anni, per la prima volta all'opera. Dai gradoni dell'Arena di Verona, c'era l'Aida dai mille fasti, e io, dopo dieci minuti dall'inizio, dormivo serena, con la testa sul grembo di mia madre - ricordo ancora il freschetto di quelle pietre. Chissà che sognavo, mentre cantavano quei tipi dorati laggiù.

*

Da un po' non torno qui, e questo sarà un post difficile da scrivere, perché ho aspettato e pensato così tanto, che a un certo punto è come quando ti innamori, non lo devi dire a nessuno.
E invece certe cose si dicono, pure se si ha paura, pure se non sono ben dette o perfettamente chiare.

Quest'estate ci sarà un'Aida nuova allo Sferisterio di Macerata. Fatta di luci e di ombre, con la regia di Francesco Micheli e la direzione di Julia Jones.
Tra i maestri di spazio, di luci, di danza e di storia, c'è pure una Nina, che ha disegnato le immagini della scenografia che sarà. Una responsabilità grande, e un compito gigante e un album da disegno enorme, impensato, e ribelle.

Tanto ha disegnato da coprire il pavimento di Via Rinaldi. Son mesi e mesi, e pare assente - ma per troppa presenza, e assolutezza, come Aida, che per poter amare, lucida, sa una cosa precisa:
Io vivo solo per questo amor.
Solo. Che è tutto, e tutto ne diventa legato, a doppio nodo. Perché è specchio e destino e fibra di sé.
Come un credo, come una preghiera.


Loro, i disegni, saranno grandi. Tanto da camminarci dentro, e ribaltare le proporzioni del fuori: linee che raccontano la storia, in un enorme libro aperto, appoggiato sotto il cielo dell'arena.



Tempo fa qualcuno mi chiese, forse qui, in libertà, cosa desideravo per i miei disegni in futuro. E io risposi che mi sarebbe piaciuto - abituata a disegnare dentro il palmo di una mano - vederli coprire una terra, una superficie, avvistati da lontano, da una finestra. Arrivare a non aver paura delle grandezze, ecco.

E ora saranno sì più grandi di me, e di 100 me, e pure - per forza - delle paure delle grandezze: qui proiettati nella tasca del cielo, a respirare sotto le stelle, perduto l'inchiostro per trasformarsi in luce.


Si colorano, si accrescono, diventano labirinti, circuiti, sagome, diventano destino: in un codice proprio, intimo, segnato, raccontano di una storia lontana ma anche no, calata nell'assoluto senza tempo.

Li seguo dalla platea, durante le prove notturne di questi giorni, mentre giocano e si preparano prima di andare via, e imparo ad accettare ogni loro ribellione.
Perché son cresciuti, come i figlietti che lasciano casa, e son disobbedienti quanto basta, e tu a dirgli più stretti, più lunghi, seguite l'ombra, ora diventate rossi ché c'è la guerra!, e un po' loro vanno, come le mani sul foglio, trovano il loro posto, si lasciano camminare da Aida, nascondono il Re, arrestano Radames, si lasciano strappare da Amneris, seguono la musica, si azzittiscono, scompaiono.



E io li sto a guardare sui "gradoni" di un teatro, sveglia, ma sempre un po' dolcemente perduta, di un dolore materno, a imparare da loro, non più solo miei, ma sotto gli sguardi di tanti, e li immagino eroi pronti a ricevere tutto, bene e male che sia, e a insegnare a me - piccola Nina, come sempre.


*
aida francesca ballarini nina


Vi aspettiamo, voi, che a noi ci conoscete bene.

N.


§



1.4.14

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*

27.2.14

Eternal sunshine of a spotless mind


szymborska memoria illustrazione francesca ballarini


Sono un cattivo pubblico per la mia memoria.
Vuole che ascolti di continuo la sua voce,
ma io mi agito, tossicchio,
ascolto e non ascolto,
esco, torno ed esco di nuovo.

Vuole tutta la mia attenzione e il tempo.
Quando dormo, la cosa le riesce facilmente.
Di giorno ci sono alti e bassi, e le dispiace.

Mi propone con zelo vecchie lettere, foto,
tocca fatti più e meno importanti,
mi rende paesaggi sfuggiti alla mia vista,
li popola con i miei morti.

Nei suoi racconti sono sempre più giovane.
È carino, ma a che pro questo ritornello.
Ogni specchio ha per me notizie differenti.

Si arrabbia quando scrollo le spalle.
Allora si vendica e sbandiera tutti i miei errori,
pesanti, e poi dimenticati facilmente.
Mi fissa negli occhi, aspetta una reazione.
Mi consola alla fine, poteva andar peggio.

Vuole che viva solo per lei e con lei.
Meglio se in una stanza buia, chiusa,
ma qui nei miei piani c’è sempre il sole presente,
le nuvole di oggi, le vie giorno per giorno.

A volte ne ho abbastanza della sua compagnia.
Propongo di separarci. Da oggi e per sempre.
Allora compassionevolmente sorride,
sa che anche per me sarebbe una condanna.


[W. Szymborska]



*




26.1.14

Test di leggibilità

francesca nina ballarini illustrazione


Il momento migliore è la bassa marea.

Quando l'acqua si ritira, è allora che emergono le insegne delle case profonde, le finestre aperte e quelle rotte, le tende fragili, i posti dove tira il vento, le voci degli alberi muti che svettano dentro.

Lì si scopre tutto, e puoi leggere. Ma c'è da aspettare, la bassa marea.

Di solito si va via prima. E invece, per quanto si tratti di un brillante paesaggio colorato, bisogna sempre considerare l'esistenza di un abisso.

E proteggerlo, una volta scoperto, provando per lui un poco di tenerezza.



*

20.1.14

Fade into you


C'è un disegno di taccuino di due anni fa, che scarabocchia il Café parigino in cui ero seduta il 17 gennaio, près de la Gare de l'Est, e dove poco dopo aver posato la penna ricevetti una telefonata, di quelle che ti fanno girare l'angolo di una strada, e poi cambia tutto.

E. ha visto il disegno-memoria postato malamente su instagram, ha letto il nome ed è andato lì, lui parigino più di me. Ha scattato una foto e me l'ha inviata, a ricordarmi inconsapevole la sliding door di allora.

Ha scritto "Guarda, sono entrato in un disegno di Nina".

Scoprendo la prospettiva, la verità, le bugie e le strade di lei, dico io.


Fade into you dovrebbe essere questo mi sa. Un'osmosi continua nel tempo reale, anche negli spigoli nei salti nell'immobile nel lontano e nel disabitato. Come tra cielo e mare, tra mare e cielo, uno scambio infinito.

"Guarda".

Sono ancora lì, ma non sono io, non c'è scritto nulla, non ci sono porte aperte o chiuse, solo aria, sedia, tavoli, prospettiva, un autobus che passa e copre la stazione.
E dentro, una specie di grazia sospesa e mai più straniera, ossigenata da uno sguardo che raccoglie e riporta a casa, nodo di tempo intatto, vivo. Guarda!, respira, respiro.



(I think it's strange you never knew)



*



4.1.14

Mani a vento


Altro che maniche vuote. A che serve guardare altrove. 
Facciamo che ci guardiamo, e ce la diciamo noi, la strada del vento buono.





28.12.13

La maggior pazzia



“Non muoia, signor padrone, non muoia. Accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo, senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi.”


Miguel de Cervantes, da Don Chisciotte della Mancha




*

26.12.13

Se non ci credi

francesca ballarini nina illustrazione

"La cosa migliore sarebbe di non recitare nessuna parte, ma di mostrare il proprio volto, non è vero? Non c’è maggiore astuzia che di mostrare il proprio volto, perché nessuno ci crede"

scriveva Dostoevskij.

Babbo Natale pure fu sconvolto da questa verità, secondo Nina.



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