tornavo da un paesino che si stava pian piano innevando - pensando poi che la neve è pioggia silenziosa - guidando per una via semitrafficata.
In mezzo alla strada era fermo un grosso camion e qualche pompiere medio-trafelato si accalcava vicino a un albero sul marciapiede.
Lì un'anziana signora guardava preoccupata in alto.
Mi son detta, se quell'albero non fosse così alto e senza rami, penserei che stan cercando di tirare giù un gattino.
Perché l'albero era veramente alto. E liscio. E senz'appigli.
Figurati se qualcosa poteva arrivare a quella cima.
E invece no. Ché se proseguivi con lo sguardo e sforzavi il tuo pensiero a cercarlo, ma ci dovevi credere eh, eccolo lì quell'esserino nero peloso con la coda perenne all'insù che come una foglia stanziava in uno dei 10 rami scalcinati che s'innalzavano vecchiarelli verso il cielo, sopra i tetti (lontani), e i balconi (lontanissimi).
Fine.
Cioè, voglio dire come ha fatto quel gatto a finire lassù?
E per arrivare fin là avrà avuto qualche buon motivo per non tornare più giù?
Gli appigli non ci sono, aiuti non ce ne sono, cose visibili, niente, eppure c'è riuscito.
Ecco, io son quel gatto, son salita su e ora non posso scendere.
Ma ciò non vuol dire che voglia scendere. E' un percorso fatto, gigantesco, per molti invisibile, ma ecco sto quassù e devo trovare un'altra via. Lasciatemi solo pensare come e dove.
Io lo capisco quel gatto.
Anni fa
mia nonna per uscire di casa, e pure per rientrarci dato che abitava al piano terra, usava la finestra, la scavalcava proprio.
Ieri sera
leggevo, e son inciampata su questa frase:
"Lei è me perché io sono ciò che vedo di fronte a me, e ciò che vedo è la goccia che manca alla mia acqua per traboccare, ciò che vedo è la finestra che impedisce al suo sospiro di giungere fino a me".
Come nonna, uscirò dalla finestra.