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1.2.16

Sempre ora



"La poesia è un'iniziazione perpetua, e il mondo comincia ora, sempre comincia ora".


-

*

*



4.11.15

Mitologia

francesca ballarini orfeo euridice illustrazione
Non bisognerebbe mai lasciare Nina da sola per troppo tempo, ma neanche per poco.
Qualcosa va sempre più veloce però là fuori, mentre qui dentro occorre sentire lo scandire dei secondi, dei minuti e, a volte, lusso e spericolatezza, pure delle ore. È tana negli alberi (vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro / e udire ogni voce, prima che risonasse), sempre.

Forse questo tempo necessario fisicamente arriva quando comincia a far freddo, quando senti casa, quando la guardi la tua casa, e quelle cose che sai che non devono andar veloci le lasci qui, come segnale per il tuo presente.

Da settimane mi (in)segue una poesia di Rilke, su Orfeo ed Euridice.
Fin da piccola è sempre stato il mio mito preferito, non sapevo bene perché, così tragico, così pulsante, così invano. Li ho sempre immaginati bellissimi tutti e due, Orfeo ed Euridice, mortali più che mai, mi erano come familiari.

Averla scoperta solo adesso - e mi dà affanno ogni volta che leggo, perché sono loro, perché funziona così - mi spiace, come aver mancato a un appuntamento, ma forse neanche tanto perché ora la capisco.

E poi più che una poesia pare una lunga strada, di estraniamento che tu sai così assurdo e concreto assieme, li senti i passi e i sassi, la radice e la morte sospesa, e il fiatone di chi il fiato ancora ce l'ha, e magari ogni volta ci speri, giuro che ci speri che la fine cambi, che lui non si volti, magari lui stavolta avrà fede e non si volterà.



Orfeo. Euridice. Ermes

(di Rainer Maria Rilke - trad. di Gilberto Forti)


Era l'arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d'argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v'era.

V'erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stagno grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell'unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell'unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l'uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull'ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l'occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l'udito indugiava come l'odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l'eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poichè un solo sguardo frantumava
tutta l'impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell'ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l'agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all'altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sè e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
nè alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sè, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d'ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell'esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l'isola del talamo,
né più era il possesso dell'uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all'improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull'uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,   
incerta, mite e senza impazienza.



-




24.2.15

Adesso che

francesca ballarini illustrazioni il piccolo principe

Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso

che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.



(Chandra Livia Candiani, da
La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore - Einaudi 2014)
  

Il piccolo principe è cresciuto -
ama le volpi, tanti tipi diversi di fiori, e non ha alcun interesse a diventare re.






*


11.2.15

Come tanti puntini tra parentesi

francesca ballarini illustrazione szymborska
(...)

 Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

(...)


w.s.




A Shaun Tan, a Wislawa Szymborska, a chi mi sveglia, a chi mi trova.


*





26.1.15

La strada

francesca ballarini illustrazione bianca tarozzi


Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?
 
Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.

Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse, poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.



(Bianca Tarozzi, da "Prima e dopo") 





27.2.14

Eternal sunshine of a spotless mind


szymborska memoria illustrazione francesca ballarini


Sono un cattivo pubblico per la mia memoria.
Vuole che ascolti di continuo la sua voce,
ma io mi agito, tossicchio,
ascolto e non ascolto,
esco, torno ed esco di nuovo.

Vuole tutta la mia attenzione e il tempo.
Quando dormo, la cosa le riesce facilmente.
Di giorno ci sono alti e bassi, e le dispiace.

Mi propone con zelo vecchie lettere, foto,
tocca fatti più e meno importanti,
mi rende paesaggi sfuggiti alla mia vista,
li popola con i miei morti.

Nei suoi racconti sono sempre più giovane.
È carino, ma a che pro questo ritornello.
Ogni specchio ha per me notizie differenti.

Si arrabbia quando scrollo le spalle.
Allora si vendica e sbandiera tutti i miei errori,
pesanti, e poi dimenticati facilmente.
Mi fissa negli occhi, aspetta una reazione.
Mi consola alla fine, poteva andar peggio.

Vuole che viva solo per lei e con lei.
Meglio se in una stanza buia, chiusa,
ma qui nei miei piani c’è sempre il sole presente,
le nuvole di oggi, le vie giorno per giorno.

A volte ne ho abbastanza della sua compagnia.
Propongo di separarci. Da oggi e per sempre.
Allora compassionevolmente sorride,
sa che anche per me sarebbe una condanna.


[W. Szymborska]



*




22.10.13

Litote

Oggi mi son recata dalla Signora Commercialista.
Ero uggiosa di cuore camminando verso, e salendo le scale, e varcando la porta, senza vera cognizione, ancora aggrappata alle nuvole fuori - per cui in realtà non toccavo terra. Poi, parlando del più e del meno, del perché del diviso, del non capisco, ah ora ho capito, da quella giusta distanza di mondi differenti, ho ripreso contorno e sono uscita meglio - o, meglio, ne sono uscita - benché piovesse ancora. Tipo una pozzanghera, ma almeno uno ci saltella sopra e ne sente la materia. E allora mi è venuta in mente la poesia di Wisława, del devo molto a certi altri, per quel planare dall'alto, senza densità che ribolle, sulle cose.

(Tutto ciò è molto prosaico. Szymborska e commercialista, cuore e fatture, però, voglio dire, il lirico nasce da tutta la realtà esistente e da quella possibile, no? Vanno a braccetto, l'uno e la sua negazione, che negazione pura mai è. Pozzanghera è forse non-pioggia solo perché sta a terra? No. Quindi, va bene così.)



Devo molto 
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto 
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io il lupo 
dei loro agnelli. 

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro, 
e questo l’amore non può darlo, 
né riesce a toglierlo. 

Non li aspetto dalla porta alla finestra. 
Paziente 
quasi come una meridiana, 
capisco 
ciò che l’amore non capisce, 
perdono 
ciò che l’amore mai perdonerebbe. 

Da un incontro a una lettera 
passa non un’eternità, 
ma solo qualche giorno o settimana. 

I viaggi con loro vanno sempre bene, 
i concerti sono ascoltati fino in fondo, 
le cattedrali visitate, i paesaggi nitidi. 

E quando ci separano sette monti e fiumi, 
sono monti e fiumi 
che trovi su ogni atlante. 

È merito loro 
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico, 
con un orizzonte vero, perché mobile. 

Loro stessi non sanno 
quanto portano nelle mani vuote. 

"Non devo loro nulla" – 
 direbbe l’amore 
 sulla questione aperta.



- Wisława Szymborska




[LITOTE - litòte s. f. (dal gr. λιτότης, propr. «semplicità», der. di λιτός «semplice»). – Figura retorica che consiste nell’attenuare formalmente l’espressione di un giudizio o di un predicato col negare l’idea contraria, ottenendo per lo più l’effetto di rinforzarla sostanzialmente]

*

12.9.13

Tra le righe

poesie vivian lamarque illustrazione francesca ballarini








Strati di settembre.
["In metereologia, lo stratus, o strato, è una nube molto bassa e uniforme a sviluppo orizzontale di colore variabile. Per 'giornata nuvolosa' si intende un cielo pieno di nuvole stratiformi che oscurano il Sole. Quando questo tipo di nube riesce a raggiungere il suolo ha origine la formazione della nebbia"].


*

4.9.13

Il suo paesaggio

poesia illustrazione francesca ballarini

Beato il mio vicino che dalle sue finestre
coglie con gli occhi i fiori che io curo,
i colori che veglio dal buio della casa.

Io penso a togliere le foglie secche
a dare l’acqua ai vasi appena serve,
devo sempre patire quando un giorno
vedo che sono morti eternamente.

Per lui sono soltanto vivi, solo belli,
non ha bisogno di saperne i nomi
per imparare come amarli meglio.

Beato lui, il vicino,
che chiama il mio balcone il suo paesaggio
e che di fronte a sé tra strada e cielo
vede distintamente il mio destino.


(Beato il mio vicino - Silvia Bre)






26.4.13

Porta impazienza

poesie rondoni illustrazione francesca ballarini
Ci vuole pazienza in amore
e anche impazienza,

luce ma lasciare
spazio anche per l'ombra.

Lo sa il vecchio pino, alto, nel cortile
che ha veduto dalle finestre
e fermato il volo
di parole che per tristezza volevano buttarsi
e poi ha veduto

vetri spalancarsi al sole
spinger via paura, stanchezza
e il morire delle case.

Lo sa che ha trattenute appese
le voci cambiate dei ragazzini
e le occhiate delle donne
sole a fumare alle finestre.

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche furia,
la furia bella dei bambini
che ridono e capriòlano
quando ritorna qualcuno,
e fan le corse in corridoio, si fan notare

e quella del pino antico che nel gelo
e nel cupo silenzio della città
stringe le radici, nascoste
come un ferito le sue cicatrici.


(D.Rondoni)





28.3.13

Già domani

 francesca ballarini illustrazione cognizione del tempo
SALA D'ASPETTO

L'intero spazio della mia vita
fu una sala d'aspetto da soglia a soglia,
racchiusa da vetri con aria in cornici d'acciaio
sotto le picche incrociate
di lancette d'orologio.

Stare in ascolto. Sussurrare. Trattenere il respiro.
Attendere un qualche segnale.
Ritardo. E di nuovo.
Ancora un poco. Già domani. Ancora
un attimo di pazienza infinita.

Se sbattevo l'ala contro l'aria vitrea,
invece di infrangerla,
era l'aria a spezzare la mia ala.

Sono già trascorsi i miei secondi.

Non saprò aspettare. Ma confuso
come in un sogno apparve
attraverso i vetri sporchi,
quasi in uno specchio nella nebbia,
il mio volto riflesso.

Era il volto stesso dell'attesa,
giunto al punto di pietrificazione.

E ho capito, all'improvviso:
c'è sempre un'ultima scadenza
per infrangerlo col naso -
per smuovere quest'aria inchiodata.

Non arriverà più un treno da altri luoghi.
Non più.

Dovrò io stessa diventare
il fischio di un treno lontano,
e un ritmo affannoso
sempre più veloce, sempre più vicino,

sempre più qui!



(Blaga Dimitrova, poetessa bulgara; 1922 - 2003)






26.11.12

Se mi chiedi come

szymborska illustrazione ballarini
In caso di pericolo, l'oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l'altro fugge.

Si scinde in un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.

Su una la morte, sull'altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia. 

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c'è giustizia, eccola.

Morire quanto necessario, senza eccedere.
Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.

Da un lato la gola, il riso dall'altro,
un riso leggero, di già soffocato.

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume di un volo.

L'abisso non ci divide.
L'abisso ci circonda.



("Autotomia", da Ogni caso - Wislawa Szymborska)






13.11.12

Senza rete

sanguineti acrobata ballarini illustrazioni
Acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore). 
- E. Sanguineti




18.4.12

L'una per due

luna francesca ballarini illustrazioni

francesca ballarini disegni

montale poesia illustrazione ballarini

Per fare una Luna bisogna essere due, si racconta su Ninipedia.

Con un po' di cielo in testa, un po' di stelle in tasca, in mano un lembo di luna, ovunque vadano i due si cercano, senza saperlo. Attraversano strade, mondi, tempi, in luna crescente cominciano ad avvicinarsi, per la luna piena s'incontrano, chiudono il loro cerchio, trovati.

I due "non vogliono la luna", perché loro, la luna, l'hanno fatta assieme. E più di così, dice Nina, non c'è da desiderare.


Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.


(E.Montale)








29.2.12

Silenzio ha senso?

francesca ballarini illustrazioni montale
Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

(E.Montale)


"Le parole quindi piovono", dice Nina. "Non le comanda nessuno, s'accordano col vento e con qualche incrocio di correnti, e s'accorgono di te, quando decidi di soffiare più forte".

Da tempo un ombrello rovesciato aspetta di raccoglierle, e lei confida non rinuncino alla speranza di essere dette.




*

14.2.12

Il vero amore non lascia tracce




leonard cohen francesca ballarini amore neve
Il vero amore non lascia tracce
Come la bruma non lascia sfregi
Sul verde cupo della collina
Così il mio corpo non lascia sfregi
Su di te e non lo farà mai

Oltre le finestre nel buio
I bambini vengono, i bambini vanno
Come frecce senza bersaglio
Come manette fatte di neve

Il vero amore non lascia tracce
Se tu e io siamo una cosa sola
Si perde nei nostri abbracci
Come stelle contro il sole
Come una foglia cadente può restare
Un momento nell'aria
Così come la tua testa sul mio petto
Così la mia mano sui tuoi capelli

E molte notti resistono
Senza una luna, senza una stella
Così resisteremo noi
Quando uno dei due sarà via, lontano.

(Leonard Cohen)






*

14.11.11

Quando succede

illustrazione uccelli ballarini


Flash NiNews  >  Manca poco meno di una settimana allo scadere del contest Ninestrone 2012 (che poi una sinfonina saporita così non scade mica, anzi, dura una vita e si accresce, sempre più sopraffina). Intanto Nina prepara pacchetti per il Natale semprepiuvicino, e si fa in 3 per contenere tutto, agendine comprese, e scrive sulla lavagnetta - di grafite la sua - come babbonatale la lista regali.


Mentre cerca di non intrecciarsi con i fili da reggere - ché in questi ultimi mesi Nina s'è divisa in tanti disegni, e l'hanno chiamata proprio Nina, è uscita dalla rete, e rispondeva al telefono con questo nome qui!, che ridere e che bello, ha sgranato melograni, disegnato conigli malaticci che guariscono, mischiato colori di cocktail per i pirati (e affinato il gusto per gli indovinelli, ma prima o poi li svelerà...) - avverte nell'aria che dal 2012 un po' di cose cambieranno. Non sa dire bene cosa, né di preciso quante cose, ma cambieranno di sicuro (sarà per questo che è ritornata all'header originale, le mancava Francesca con Nina nella borsa).

E poi, vedi, c'è quel disegno lassù che aspettava da un po' di tempo. Le parlò allora di una sensazione visivamente chiara, i colori percepiti nitidi nella mente, che entravano e uscivano dal diaframma: una sensazione stralunante, un vento potente e circolare, che soffiava dentro e fuori, come un'osmosi di aria diversa, condivisa. Tu placida lì seduta, e loro a turbinarti come foglie cadute, che col vento d'autunno arrivano fin quassù, alla finestra grande del terzo piano.

A volte così capita, ci son disegni che rimangono giorni, mesi, anche anni a scaldare nel taccuino e aspettare il senso giusto: non sono descrittivi, non illustrano ciò che è stato, loro vengono prima di te. È un po' come se esistesse tra le pagine ogni tanto uno specchio anticipato, un'essenza, una natura che si spiega per segni, senza parole, ché quelle se vengono, vengono dopo.

Questo disegno è uno di quelli. Oggi ci siamo guardati e ci siamo capiti.

È la sensazione di quando-le-cose-cambiano, meglio o peggio non c'entra, semplicemente giri la curva ed è una cosa che quando ci pensi ti turba l'equilibrio, ma non è detto che non ne vai a trovare uno migliore. Un stormo cosmico di ali colorate che s'agita da dentro a fuori. Come domande e risposte che ti fai e ti dai da sola, e son cangianti, e son molteplici, sfaccettate, fuggenti; e poi girano a cerchio e magari torni pure al punto di partenza, ma basta planare da un paio di coordinate diverse che vedi un orizzonte nuovo.

Potrà essere un vento più favorevole quello che senti arriverà, un nuovo cielo per capire,
sì che la sinfonia di timballi e tamburi è sempre lì, spiffera il pettirosso
un vestito più comodo e più tuo, dice il sarto canarino
un'aria fresca, tersa, limpida pure per un pesce come te, insinua la cinciallegra
un buon coup de théâtre per l'avanzamento della trama, immagina la cocorita
un terreno diverso da cui raccogliere foglie e fiori cadenti, propone la rondine
e conchiglie d'altra forma, sì, dopo la mareggiata, sogna il gabbianello
e magari finalmente trovarsi in orario al binario 3, esclama il cardellino
magari
chissà,
voi che dite

a ogni uccellino la sua variopinta possibilità, come un soffio per farsi accorgere, e delle ali tenaci per darti coraggio.



È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.


Mario Luzi, da “Aprile-Amore” (in Primizie del deserto)


Questa poesia la scrivo e riporto ovunque dal 2004, e allora mi fa sorridere quel verso "ora da te mi torna fatto chiaro". Pensa da quanti anni perdo e riprendo chiarezza, quanti soffi, lo dicevo io, quanti soffi, per fortuna, ci passano attraverso.




28.10.11

Variazioni sul tema


"Se mi emoziona / pensare una targhetta sul citofono / con i nostri cognomi congiunti / se prima di addormentarmi / mi studio di variarla / in ottone / in ferro smaltato bombé / in plastica oro a caratteri rossi / in plastica grigia a caratteri blu / in cartoncino manoscritto / nell'antica striscia del dymo immagina / quanto male mi faccia / pensare a un figlio in cui congiunti / fossero i nostri occhi."

(Variazioni possibili su una poesia di Michele Mari - da Cento poesie d'amore a Ladyhawke, Einaudi, 2007)



*
*

4.10.11

La stazione


Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

È avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.


(Wislawa Szymborska)






22.8.11

1, 2, 3, Nina

Quanto a me, ho le braccia a pezzi a furia di afferrare nuvole, diceva Baudelaire


Nina, invece, dice che quasi le ha finite le mani per acchiappare tutti i soffioni che le ha portato il vento, e che le hanno sfiorato i capelli, distratto dal foglio, fatto correre sul balcone ad agguantarli e riempirli del giusto desiderio - perché loro fuggono, e sfidano la velocità del polso e delle tue caviglie.

Sarà che è ora che facciano altro le mani, piuttosto che consacrarsi a un taraxacum officinalis (o, come disse qualcuno, a un nano da giardino).




"1, 2, 3 
Y en a 1 de trop
C'est pas toi c'est l'autre..."






("Ho finito le mani" - Music by Camille)


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