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1.2.16

Sempre ora



"La poesia è un'iniziazione perpetua, e il mondo comincia ora, sempre comincia ora".


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*

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25.1.16

Certe Salvezze





(Del Diluvio Universale tutto si sa. Ma di quello Singolare, senza arca e senza mito, non parla mai nessuno).



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4.11.15

Mitologia

francesca ballarini orfeo euridice illustrazione
Non bisognerebbe mai lasciare Nina da sola per troppo tempo, ma neanche per poco.
Qualcosa va sempre più veloce però là fuori, mentre qui dentro occorre sentire lo scandire dei secondi, dei minuti e, a volte, lusso e spericolatezza, pure delle ore. È tana negli alberi (vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro / e udire ogni voce, prima che risonasse), sempre.

Forse questo tempo necessario fisicamente arriva quando comincia a far freddo, quando senti casa, quando la guardi la tua casa, e quelle cose che sai che non devono andar veloci le lasci qui, come segnale per il tuo presente.

Da settimane mi (in)segue una poesia di Rilke, su Orfeo ed Euridice.
Fin da piccola è sempre stato il mio mito preferito, non sapevo bene perché, così tragico, così pulsante, così invano. Li ho sempre immaginati bellissimi tutti e due, Orfeo ed Euridice, mortali più che mai, mi erano come familiari.

Averla scoperta solo adesso - e mi dà affanno ogni volta che leggo, perché sono loro, perché funziona così - mi spiace, come aver mancato a un appuntamento, ma forse neanche tanto perché ora la capisco.

E poi più che una poesia pare una lunga strada, di estraniamento che tu sai così assurdo e concreto assieme, li senti i passi e i sassi, la radice e la morte sospesa, e il fiatone di chi il fiato ancora ce l'ha, e magari ogni volta ci speri, giuro che ci speri che la fine cambi, che lui non si volti, magari lui stavolta avrà fede e non si volterà.



Orfeo. Euridice. Ermes

(di Rainer Maria Rilke - trad. di Gilberto Forti)


Era l'arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d'argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v'era.

V'erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stagno grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell'unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell'unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l'uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull'ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l'occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l'udito indugiava come l'odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l'eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poichè un solo sguardo frantumava
tutta l'impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell'ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l'agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all'altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sè e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
nè alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sè, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d'ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell'esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l'isola del talamo,
né più era il possesso dell'uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all'improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull'uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,   
incerta, mite e senza impazienza.



-




24.2.15

Adesso che

francesca ballarini illustrazioni il piccolo principe

Adesso che non so più niente
che il vuoto è bella dimora
che ho passi senza arsura
che siedo e imparo
a esitare, adesso

che non sei più al centro
e quello che conta non è più
al centro
ma spostato
tra le mani
dove le dita si disarmano
e fanno un gesto limato,
adesso questa categorica bellezza
di rami e cieli
pugnala solo
perché entri luce.



(Chandra Livia Candiani, da
La bambina pugile, ovvero La precisione dell’amore - Einaudi 2014)
  

Il piccolo principe è cresciuto -
ama le volpi, tanti tipi diversi di fiori, e non ha alcun interesse a diventare re.






*


11.2.15

Come tanti puntini tra parentesi

francesca ballarini illustrazione szymborska
(...)

 Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

(...)


w.s.




A Shaun Tan, a Wislawa Szymborska, a chi mi sveglia, a chi mi trova.


*





2.2.15

Una baia che era un'onda

Il punto non è cosa vedi, ma dove sei. 

Dipende sempre da dove arrivi, da dove guardi - come a Despina, come in tutte le cose. 
Se sei dentro vedrai la baia, terra ferma che protegge. Se sei fuori vedrai l'onda, enorme acqua che travolge.





*
*



26.1.15

La strada

francesca ballarini illustrazione bianca tarozzi


Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?
 
Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.

Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse, poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.



(Bianca Tarozzi, da "Prima e dopo") 





2.9.14

Colors

aida francesco micheli francesca ballarini
"La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, è il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo passo, non t’accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare l’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. Corre la nuvola, da grigia si fa lattiginosa e lucida, il cielo dietro è diventato nero, è notte, le stelle si sono accese, la luna è un grande specchio abbagliante che vola. Chi riconoscerebbe in lei quella di qualche ora fa? Ora è un lago di lucentezza che sprizza raggi tutt’intorno e trabocca nel buio un alone di freddo argento e inonda di luce bianca le strade dei nottambuli."

(dal racconto “Palomar guarda il cielo” - Italo Calvino)


Un prisma, sotto la stessa luna // Aida, estate 2014






4.7.14

Solo per questo amor

sferisterio francesca ballarini
aida sferisterio francesca ballarini

"Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso, ma è più rischioso non farlo mai."

Avrò avuto 4 anni, per la prima volta all'opera. Dai gradoni dell'Arena di Verona, c'era l'Aida dai mille fasti, e io, dopo dieci minuti dall'inizio, dormivo serena, con la testa sul grembo di mia madre - ricordo ancora il freschetto di quelle pietre. Chissà che sognavo, mentre cantavano quei tipi dorati laggiù.

*

Da un po' non torno qui, e questo sarà un post difficile da scrivere, perché ho aspettato e pensato così tanto, che a un certo punto è come quando ti innamori, non lo devi dire a nessuno.
E invece certe cose si dicono, pure se si ha paura, pure se non sono ben dette o perfettamente chiare.

Quest'estate ci sarà un'Aida nuova allo Sferisterio di Macerata. Fatta di luci e di ombre, con la regia di Francesco Micheli e la direzione di Julia Jones.
Tra i maestri di spazio, di luci, di danza e di storia, c'è pure una Nina, che ha disegnato le immagini della scenografia che sarà. Una responsabilità grande, e un compito gigante e un album da disegno enorme, impensato, e ribelle.

Tanto ha disegnato da coprire il pavimento di Via Rinaldi. Son mesi e mesi, e pare assente - ma per troppa presenza, e assolutezza, come Aida, che per poter amare, lucida, sa una cosa precisa:
Io vivo solo per questo amor.
Solo. Che è tutto, e tutto ne diventa legato, a doppio nodo. Perché è specchio e destino e fibra di sé.
Come un credo, come una preghiera.


Loro, i disegni, saranno grandi. Tanto da camminarci dentro, e ribaltare le proporzioni del fuori: linee che raccontano la storia, in un enorme libro aperto, appoggiato sotto il cielo dell'arena.



Tempo fa qualcuno mi chiese, forse qui, in libertà, cosa desideravo per i miei disegni in futuro. E io risposi che mi sarebbe piaciuto - abituata a disegnare dentro il palmo di una mano - vederli coprire una terra, una superficie, avvistati da lontano, da una finestra. Arrivare a non aver paura delle grandezze, ecco.

E ora saranno sì più grandi di me, e di 100 me, e pure - per forza - delle paure delle grandezze: qui proiettati nella tasca del cielo, a respirare sotto le stelle, perduto l'inchiostro per trasformarsi in luce.


Si colorano, si accrescono, diventano labirinti, circuiti, sagome, diventano destino: in un codice proprio, intimo, segnato, raccontano di una storia lontana ma anche no, calata nell'assoluto senza tempo.

Li seguo dalla platea, durante le prove notturne di questi giorni, mentre giocano e si preparano prima di andare via, e imparo ad accettare ogni loro ribellione.
Perché son cresciuti, come i figlietti che lasciano casa, e son disobbedienti quanto basta, e tu a dirgli più stretti, più lunghi, seguite l'ombra, ora diventate rossi ché c'è la guerra!, e un po' loro vanno, come le mani sul foglio, trovano il loro posto, si lasciano camminare da Aida, nascondono il Re, arrestano Radames, si lasciano strappare da Amneris, seguono la musica, si azzittiscono, scompaiono.



E io li sto a guardare sui "gradoni" di un teatro, sveglia, ma sempre un po' dolcemente perduta, di un dolore materno, a imparare da loro, non più solo miei, ma sotto gli sguardi di tanti, e li immagino eroi pronti a ricevere tutto, bene e male che sia, e a insegnare a me - piccola Nina, come sempre.


*
aida francesca ballarini nina


Vi aspettiamo, voi, che a noi ci conoscete bene.

N.


§



26.12.13

Se non ci credi

francesca ballarini nina illustrazione

"La cosa migliore sarebbe di non recitare nessuna parte, ma di mostrare il proprio volto, non è vero? Non c’è maggiore astuzia che di mostrare il proprio volto, perché nessuno ci crede"

scriveva Dostoevskij.

Babbo Natale pure fu sconvolto da questa verità, secondo Nina.



24.3.13

Ho i capelli lunghi

primavera illustrazione francesca ballarini







*



7.2.13

E tu da che ti smascheri?

maschere illustrazione francesca ballarini





Si è riparata così tanto che è diventata un ombrello, dice, e distilla pure le parole nella pioggia.
Il prossimo passo sarà smascherarsi in vento e lasciarlo volare via quell'ombrello.

"Diventare, nel senso di essere vento", semplicemente.

Più nuda di così.


*



26.11.12

Se mi chiedi come

szymborska illustrazione ballarini
In caso di pericolo, l'oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l'altro fugge.

Si scinde in un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.

Su una la morte, sull'altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia. 

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c'è giustizia, eccola.

Morire quanto necessario, senza eccedere.
Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.

Da un lato la gola, il riso dall'altro,
un riso leggero, di già soffocato.

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume di un volo.

L'abisso non ci divide.
L'abisso ci circonda.



("Autotomia", da Ogni caso - Wislawa Szymborska)






18.9.12

Prisma e dopo



Prisma di Nina che c'era.
Prisma di Nina c'è.

Ero a un tavolo d'osteria giorni fa. Tovaglia verde, vassoi bianchi, bottiglie a ricoprire fino allo sguardo al di là della tavola, candele sul finto davanzale, ché fuori pioveva e pareva sera, e invece no. Dalla porta aperta vedevi tutto l'acquazzone che si raccoglieva nella tenda estiva e cadeva giù pesante, quando decideva.
Mia madre alla mia destra parlava e si muoveva verso noi altri; indossava una camicia blu a pois fitti, ancora smanicata, ché fuori pioveva, ma non importa, è fine estate e ci proviamo fino a quando punge la pelle.
Io, come un gatto dentro una stanza che fissa un punto ipnotizzato, guardavo la collana che seguiva le spalle e il petto carenato di mia madre. Stava lì a fluire, con quelle perle sfaccettate di rosso granato, grosse come confetti, che riflettevano la luce. Parevo una gazza ladra che cerca di cogliere qualcos'altro, come se ci fosse una risposta in quel movimento osmotico accanto a me - ogni tanto capita di trovare nelle cose piccine delle domande che non t'eri fatta.

[Ogni pensiero è un esilio, un esile io che si sposta]  

E insomma la cosa bella era avvertire chiara la differenza di superficie. Voglio dire, se mia madre avesse indossato una collana di perle lisce, senza sfaccettature, la luce avrebbe colpito un solo punto, riflesso una sola luce. In un modo perfetto, senza sbavature, quella - sola - luce piena, fissa. Probabilmente del lampadario del ristorante, il più evidente e più alto di tutti. E tutte le perle a guardare da una parte sola, come un coro rivolto verso un solo direttore d'orchestra, come un grido in un'unica direzione, uno, solo, netto.


Invece no. I cristalli di granato riflettevano a destra e a manca, su e giù, la luce del soffitto e quella del piatto, quella a est del cristallo del bicchiere e a ovest dei miei occhi mentre guardavo, a sud-est della posata rovesciata, a nord-ovest dell'orologio del vicino, e tutto il resto che neanche vedevo.

Erano mille occhi e mille forme, fruscianti di luce a ogni movimento del petto di mia madre. Vive.

E ho pensato che così deve essere, non desiderare di rendere liscio ciò che molteplice è. Un'instabilità di luce che ritrae tutto, in quel momento, in quel luogo, addosso a quel cuore, quel petto così fatto.

Ché fin la più piccola luce viva lì dentro non si perde, una parte di te la raccoglie, e la mostra su di sé, come le facce di una pietra brillante.

Non vorrei essere una perla d'ostrica, per quanto perfetta e preziosa, mi pare chiaro. Preferisco un prisma. E vorrei dei prismi accanto a me, nella collana in cui sono, a parlare di tutte le luci e di tutte le ombre che ci costruiscono. E tra prismi non riesco nemmeno ad immaginare le luci coraggiose e nascoste che possono essere raccontate.


Era un pensiero volante, era un esilio, un esile io che mi calma e mi spiega tutto quello che non so.








20.6.12

Fossi stata un disegno

sarebbe stato più facile.
Bastava una gomma per quando avevi gli occhi stanchi
una gomma pane per togliere le macchie
una matita sola per truccarsi il viso
un po' d'acqua per alleggerire e far passare il vento sui capelli

piegare il foglio per avvicinare due disegni lontani
profumo di inchiostro per ammorbidire parole difficili
una nuova pagina perché tutto fosse di nuovo bianco, puro

mi sarei innamorata molto spesso dei disegni accanto a me
avremmo passato tanto tempo a guardarci senza paura di sbagliare

non ci sarebbe stato bisogno di spiegazioni
saremmo stati così come siamo,
senza pesi antichi se non quelle della pressione della mina,
che il segno lo lascia se spingi forte,

ed è una traccia viva quella


e senza paure

solo di qualche sbadataggine che c'avrebbe gettato addosso del diluente
o che a noi, di matita, tanti passaggi c'avrebbero sfumato fino a scomparire


e così saremmo stati perché così siamo

non avremmo detto 'scusa ma mi disegnano così'
avrei detto mi son disegnata così, così sono
sul foglio scoperta.


In fondo non vedo perché non potremmo pensare come un disegno
il disegno è coraggioso, il disegno sorride
forte e costante del suo esistere.

Quando è per me, non disegno per illustrare o perché mi piacciono i colori,
ma per l'eterna fierezza che si portano dentro i disegni, anche quando sono brutti

e perché io, in qualche modo che non conosco, né allo stesso modo posso far per me,
ho infuso loro un eterno coraggio d'essere.






14.11.11

Quando succede

illustrazione uccelli ballarini


Flash NiNews  >  Manca poco meno di una settimana allo scadere del contest Ninestrone 2012 (che poi una sinfonina saporita così non scade mica, anzi, dura una vita e si accresce, sempre più sopraffina). Intanto Nina prepara pacchetti per il Natale semprepiuvicino, e si fa in 3 per contenere tutto, agendine comprese, e scrive sulla lavagnetta - di grafite la sua - come babbonatale la lista regali.


Mentre cerca di non intrecciarsi con i fili da reggere - ché in questi ultimi mesi Nina s'è divisa in tanti disegni, e l'hanno chiamata proprio Nina, è uscita dalla rete, e rispondeva al telefono con questo nome qui!, che ridere e che bello, ha sgranato melograni, disegnato conigli malaticci che guariscono, mischiato colori di cocktail per i pirati (e affinato il gusto per gli indovinelli, ma prima o poi li svelerà...) - avverte nell'aria che dal 2012 un po' di cose cambieranno. Non sa dire bene cosa, né di preciso quante cose, ma cambieranno di sicuro (sarà per questo che è ritornata all'header originale, le mancava Francesca con Nina nella borsa).

E poi, vedi, c'è quel disegno lassù che aspettava da un po' di tempo. Le parlò allora di una sensazione visivamente chiara, i colori percepiti nitidi nella mente, che entravano e uscivano dal diaframma: una sensazione stralunante, un vento potente e circolare, che soffiava dentro e fuori, come un'osmosi di aria diversa, condivisa. Tu placida lì seduta, e loro a turbinarti come foglie cadute, che col vento d'autunno arrivano fin quassù, alla finestra grande del terzo piano.

A volte così capita, ci son disegni che rimangono giorni, mesi, anche anni a scaldare nel taccuino e aspettare il senso giusto: non sono descrittivi, non illustrano ciò che è stato, loro vengono prima di te. È un po' come se esistesse tra le pagine ogni tanto uno specchio anticipato, un'essenza, una natura che si spiega per segni, senza parole, ché quelle se vengono, vengono dopo.

Questo disegno è uno di quelli. Oggi ci siamo guardati e ci siamo capiti.

È la sensazione di quando-le-cose-cambiano, meglio o peggio non c'entra, semplicemente giri la curva ed è una cosa che quando ci pensi ti turba l'equilibrio, ma non è detto che non ne vai a trovare uno migliore. Un stormo cosmico di ali colorate che s'agita da dentro a fuori. Come domande e risposte che ti fai e ti dai da sola, e son cangianti, e son molteplici, sfaccettate, fuggenti; e poi girano a cerchio e magari torni pure al punto di partenza, ma basta planare da un paio di coordinate diverse che vedi un orizzonte nuovo.

Potrà essere un vento più favorevole quello che senti arriverà, un nuovo cielo per capire,
sì che la sinfonia di timballi e tamburi è sempre lì, spiffera il pettirosso
un vestito più comodo e più tuo, dice il sarto canarino
un'aria fresca, tersa, limpida pure per un pesce come te, insinua la cinciallegra
un buon coup de théâtre per l'avanzamento della trama, immagina la cocorita
un terreno diverso da cui raccogliere foglie e fiori cadenti, propone la rondine
e conchiglie d'altra forma, sì, dopo la mareggiata, sogna il gabbianello
e magari finalmente trovarsi in orario al binario 3, esclama il cardellino
magari
chissà,
voi che dite

a ogni uccellino la sua variopinta possibilità, come un soffio per farsi accorgere, e delle ali tenaci per darti coraggio.



È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.


Mario Luzi, da “Aprile-Amore” (in Primizie del deserto)


Questa poesia la scrivo e riporto ovunque dal 2004, e allora mi fa sorridere quel verso "ora da te mi torna fatto chiaro". Pensa da quanti anni perdo e riprendo chiarezza, quanti soffi, lo dicevo io, quanti soffi, per fortuna, ci passano attraverso.




27.9.11

Quello che siamo

Francesca


illustrazionefrancesca ballarini diventa ciò che sei

Michelangelo Buonarroti illustrazione Francesca Ballarini


rob brezsny illustrazione

Michelangelo Buonarroti illustrazione

Michelangelo si dichiarava artista "del levare", piuttosto che "del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi personaggi.  (Baldini)


Oggi sono inciampata in questa frase qui:
"Il nostro compito è diventare sempre più quello che siamo. Un poeta cresce quanto più è capace di essere a suo agio di fronte alla vita”. 

Ecco, io penso che dovremmo fare tutti come Michelangelo. 

Ché il bene, quell'agio, ce lo creiamo noi quando ci conosciamo, quando ci sprigioniamo, arriviamo sempre più vicino alla nostra radice. Nell'epidermide delle muscolature c'è già la risposta, la solidità. 
Tocca togliere e non mettere, capire dentro. 

Esci dall'ombra, ché magari scopri che hai delle mani super potenti e in una silhouette mica si contano le dita che possiedi, vieni fuori dal guscio ché respiri meglio, emergi dall'acqua ché ti ci puoi specchiare, togliti l'armatura ché è solo un mucchio di latta, sorgi dalla terra che c'è un sacco di sole là fuori. Qualsiasi sia il vestito che ti copre, spoglialo e diventa ciò che sei.




This time around | You can be anyone



*


16.5.11

Brillantina

gianni rodari fiori illustrazione francesca ballarini

Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi ha la mente trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quell’altro poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,
e invano ogni mattina
spreca un vasetto o due di brillantina.


(Teste fiorite, Gianni Rodari)



*

9.5.11

Sfilata

sartoria nascondino moda sfilata illustrazione

Se ti capita di passeggiare per la città di Nina (Ninopoli, ndr) non credere di passare inosservato.

Se giochi a cache-cache con te stesso, qualcosa sarà sicuramente svelato. T'impigli il filo del vestito et voilà, il nascondino prima o poi finisce: "Tana libera me!"

Ché tante cose tenute dentro fanno male, infangano il cuore. E sfilarsi c'est pas mal, Nina assicura.
D'altronde ha scelto lei di costruire la sua città così, svelante, specchiante, per se stessa innanzitutto, e pensa che in generale sia un buon modo.

"Ringrazierai le tue scarpe, che t'hanno portato fin lì" dice Nina, oggi così saggia e dispettosa.


Sit me down,
shut me up,
I'll calm down,
and I'll get along with you





*

4.5.11

Il Sarto


illustrazione sartoria fashion moda psicologia
A volte mi pare di crescere e non avere l'abito adatto a contenermi.
Succede che si scuce qualcosa, esco fuori dai bordi, dagli orli, dalle maniche. Mi lacero un lembo della camicia, la cima di un calzino, si lima il ginocchio.
Strap.

Poi mi ricucio da me, con ago e filo.
Ci vuole tempo per farlo, e contorsioni notevoli, soprattutto se lo strappo è su estremità mai affrontate prima, e quelle son difficili.
A volte è la Natura ad addolcire la guarigione (per esempio, io mi ricucio con calma se sto seduta su una panchina sotto tanti alberi), a volte è una musica (e allora la cucitura diventa più un ricamo), e a volte è la mia di forza, evviva!, che si risveglia di soprassalto da un sogno notturno e mi dice suvvia, tutto passa, sì pure quel filo multicolore con cui vuoi ricucire il bottone!
E mi ricucio. E il vestito si adatta.

In quei momenti di vulnerabilità-da-pelle-nuda però tanto vorrei, così tanto, che esistesse un Sarto tutto per me. Uno che ti conosce meglio di quel che ti conosci tu, che ogni tanto ti rompi di fronte a cose.

Uno che sa che sgualcirai il vestito, e sì, te lo lascia sgualcire. Ma che poi te lo ricuce nel modo giusto, ci pensa lui a placare l'animo, a spiegarti che succede, ché l'abito che verrà fuori sarà quello che sempre più ti assomiglierà, dove riconoscerai le linee d'espressione tue, della tua memoria.
"Guarda, sei sempre più bella, sei sempre più tu."

Sarebbe fantastico no? E molto più semplice e rassicurante di una mano tremula come la mia, perché a volte mi pungo e magari, dico, faccio pure peggio a tutto questo scampolo di stoffa.


Ecco, il mio Sarto sarebbe come me. Non troppo alto, della mia età. Capelli scuri, occhi pure scuri, mani piccole e affusolate. Avrebbe le fossette e un neo sulla guancia sinistra. Probabilmente sarebbe una donna. Una matita a sostenere i capelli e un piccolo metro che circonda la vita.

"L'importante è avere un buono specchio di fronte, Nina."



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