Visualizzazione post con etichetta France. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta France. Mostra tutti i post

20.1.14

Fade into you


C'è un disegno di taccuino di due anni fa, che scarabocchia il Café parigino in cui ero seduta il 17 gennaio, près de la Gare de l'Est, e dove poco dopo aver posato la penna ricevetti una telefonata, di quelle che ti fanno girare l'angolo di una strada, e poi cambia tutto.

E. ha visto il disegno-memoria postato malamente su instagram, ha letto il nome ed è andato lì, lui parigino più di me. Ha scattato una foto e me l'ha inviata, a ricordarmi inconsapevole la sliding door di allora.

Ha scritto "Guarda, sono entrato in un disegno di Nina".

Scoprendo la prospettiva, la verità, le bugie e le strade di lei, dico io.


Fade into you dovrebbe essere questo mi sa. Un'osmosi continua nel tempo reale, anche negli spigoli nei salti nell'immobile nel lontano e nel disabitato. Come tra cielo e mare, tra mare e cielo, uno scambio infinito.

"Guarda".

Sono ancora lì, ma non sono io, non c'è scritto nulla, non ci sono porte aperte o chiuse, solo aria, sedia, tavoli, prospettiva, un autobus che passa e copre la stazione.
E dentro, una specie di grazia sospesa e mai più straniera, ossigenata da uno sguardo che raccoglie e riporta a casa, nodo di tempo intatto, vivo. Guarda!, respira, respiro.



(I think it's strange you never knew)



*



15.3.12

Nina all'Opera


Pare di no, ma Nina c'è. È all'Opera.
Per cui neanche tanto silenziosa, se ascolti davvero senti la matita che scorre, la boccetta d'inchiostro che tocca il tavolo e forse si versa pure, le dita impiastricciate che si puliscono a vicenda, il taccuino che spagina a ritrovare quel verso che Carmen canta, e a Nina piace così tanto.

Per chi non conoscesse le sue mirabolanti avventure in società, Nina da poco più di un mese è con pennelli e matite a disegnar la nuova immagine del Macerata Opera Festival dell'Arena Sferisterio, tra Carmen e Traviata e Bohème e non solo, nella rete e nella carta.
E quindi pare assente ma è più canterina che mai, e vi vorrebbe dire tutto, far leggere, scorrere ogni cosa che si vien creando e che ancora tanto dovrà evolversi.

La storia è un po' racchiusa in quel video lassù, una ninazione fotografica di quel che accadde dal 20 gennaio ad oggi.  Era a Parigi, e dalla città di Violetta Valery e di Mimì ha cominciato - lei e il suo cuore - a provar a raffigurare una cosa grande come l'opera, a prestare la mano e lo sguardo, o semplicemente quello che lei è. 

Come dicevo a una cara persona qualche ora fa, il bello non è il compiere un'impresa seppur grande e importante come questa, ma riuscire a portare te stessa in quello che fai, la verità di te, "eroe del tuo racconto", soprattutto. E qui di verità ce n'è a manciate di coriandoli, che quasi tutto non posso dire.
Per cui Nina è felice di questo, emozionata e felice.

E sorride ogni volta che pensa che questo viaggio è partito in quel dove e in quel come, dalla città amata, da poche matite colorate, da un taccuino dalla copertina nera e dai fogli gialli. Un po' senza regole e improvviso, come un temporale forse, o come l'amore, dice Carmen, che non ha mai, mai conosciuto legge.

Io vi aspetto in quell'abbraccio senza tetto che è lo Sferisterio. D'estate, e ci mettiamo il mare dentro. 
Mi son trovata nei giorni della neve a camminarci in mezzo, e tutto era vuoto e bianco e silenzioso ritagliato come un cerchio al centro della città vociante. Avrei potuto dire che quell'arena, con la neve, bianca come da disegnare, si ergeva nella mia Ninopoli.




25.1.12

Quando ero cerbiatto

bestiario illustrato francesca ballariniQuando hai qualcosa da dire che non sai spiegare a voce la scrivi, quando non deve restare chiusa tra le pagine, la scrivi su Io&Nina. Questo si chiama spartito.

Il Bestiario continua e pure Nina cambia δαίμων. Ora è un cerbiatto. In realtà lo è saltuariamente. Mi sa che c'è una mappa per comprendere ogni quanto e in che stadio in particolare le si allungano le zampette come fuscelli (ma come fa a restare in piedi?), qualche macchia bianca compare sul dorso e le ciglia si incurvano tantoché ci si appoggia la pioggia e pure una lacrima sta ferma sulla rima, come quella di mamma orsa.

Le lacrime di Nina Cerbiatto hanno una temperatura dal calore stabile, un po' infuocato, e scendono molto lentamente. Di solito aspetta a dar loro il via, non si accorge nemmeno: a un tratto si sente il muso bagnato, guarda in alto e non sta mica piovendo - anche perché la pioggia è fresca, sempre.

Se l'impossibilità avesse una temperatura, sarebbe quella delle lacrime di Nina Cerbiatto, impossibilità impastata e succosa di volere e sapere. È un cerbiatto misterioso che cammina per i boschi, ma sa bene ciò che vuol dire casa: torna spesso a vedere il posto a cui sente di appartenere, se per caso è cresciuto qualche albero dalle radici visibili dentro le sue stanze, sotto la cui chioma riposare.

È stata cerbiatto a Parigi, Nina, giorni fa. Ancora una volta al bordo di un bosco, delle mani amate l'hanno riportata di nuovo lì sul confine, a dirle non ti curar di nulla, vai e fai quel che vuoi.
Il cerbiatto ha guardato, ha pensato, e le è sembrato tutto un po' strano. Ogni volta crede di capire, e poi capisce che non ha capito. Forse perché è cerbiatto, è piccola lei. Forse.
È che quella storia l'ha sentita un milione di volte, ti raccontano che l'uomo lascia il cerbiatto curato e nutrito andare via libero per il bosco, nel suo ambiente naturale, e così è giusto che sia, e non voltarti mai, vai, corri! e cose del genere.

illustrazioni bestiario francesca ballariniMa questo cerbiatto qui è già tornato una volta, e torna e ritorna.
Perché allora, mani, non fate costruire delle briglie fiorite e lo tenete con voi?

A questa domanda non posta, un po' di ore dopo, mentre smangiucchiava lamponi da un cespuglio, Nina Cerbiatto si è sentita il muso bagnato e infuocato.

"Non dico mai le cose al momento giusto", pensa. Sbatte le ciglia, pesanti di interrogative e silenzi, ci cola via la finta pioggia, e si immerge di nuovo nella boscaglia. Qualche foglia da disegnare col muso appuntito sulla terra bagnata la troverà.

*


*

11.6.11

Nina è 3

È una lunga storia questa, per un sabato quasi estivo. 
Mettetevi comodi, scegliete una tazzina, che oggi è un po' la protagonista. Fingete di essere in vacanza lì dentro, una piccola gitarella fuori porta; versate del tè, della limonata, delle bollicine, nuotate e ascoltate.

Oggi Nina compie tre anni: 1 anno per le radici, 2 anni per il fusto, 3 anni per i rami, ha deciso.

E quando i rami si tendono sul fiume, lì nascono foglie, e queste foglie si guardano indietro e raccontano al cigno che nuota per quelle acque gli anni passati a crescere.

Il primo anno mi avete portato fiori, il secondo anno vi ho portato conchiglie. Mentre i primi continuano a crescere e le seconde ad arrivare a riva, questo terzo anno è per un racconto, o meglio una prefazione, a tutto ciò che avete letto e sentito fino ad ora.

"La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest'ultimo fa parte del viaggio: alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d'essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta non c'è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita - nel viaggio della vita - avevamo appena notato."

Questo qualcosa è una tazzina di caffè.


Nina non è il mio nome, e non lo è stato fino a 3 anni fa. È nato poco prima di questo blog, e ora direi che è nato per.
Mi ha chiamato Nina per scherzo, come si dice oh, Nina, oh Nino, oh Nì! per semplicemente chiamare, chiamarti senza appellarti, farsi accorgere. Come il paradigma di nome, un non-nome, un appellativo che può valere per ognuno. E poi assomigliava a un disegno, ché se lo scrivo corsivo sembrano onde. Allora quando capita che ci si ritrovi nei disegni di Nina, ché Nina "non disegna solo per sé ma per tutti",  ecco che combacia col nome che s'è scelta, col suo destino. Nomen omen.


Francesca, che vuol dire libera, è un altro nomen omen, e non solo per l'etimologia.

Anni fa Francesca aveva preso un'altra strada, dopo esser uscita dalla sua speciale università, piena di quell'arte applicata che ti mette tanto nelle mani, poi devi scegliere tu cosa farne.
Prima che potesse pensarci sul serio, si era ritrovata a pochi giorni dalla laurea a lavorare in un'azienda di giocattoli, di quelle grandi con gli uffici openspace, con winnitehepooh, topolini e fatine, a disegnare quel che le dicevano. Erano briglie sperimentali, ma non troppo. Erano in anticipo, e lei lo sapeva.

Una borsa di lavoro in Francia venne a rapirla, lei che tanto la sognava, lei che tanto voleva viverla ma senza ancora sapere come.
Si trattava di lasciar tutto e volare a Bordeaux, a cercare quel che non aveva avuto tempo di cercare, e magari col rischio pure di non trovare.

Fosse stata più grande e più irretita dalla contingenza, chissà, forse sarebbe rimasta. Invece se ne partì, fece fagotto e prese la strada più incerta, si sciolse le briglie di dosso e seguì una luce di crepuscolo che poteva promettere di più, o semplicemente svelarle chi era.

"Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante."

Passarano quei mesi di vita francese e passarono in un modo intenso e riflessivo.
Ricordo che mi guardavo intorno e cercavo specchi. Disegnavo quel che volevo disegnare seduta nella galleria di arte in cui lavoravo, o in un'ipotetica Place Clichy, oppure dentro il bus numero 9, e intanto riprendevo il mio tempo.


Quando cerchi la tua strada la puoi pure trovare tra le aiuole silenziose di un jardin botanique, sulle righe che lasci sull'asfalto con le ruote della bicicletta che perennemente perdeva grasso - e io lì a rovesciarla e rimetter la catena, a notte fonda. Serve pure quello.

Lì in Francia trovai la strada per un altrettanto caso. Una via un po' eterea, lastricata di fiori, non definibile in una parola sola, o almeno non allora quando la ascoltai, perché mai l'avevo saputa vedere prima.

Alla galleria d'arte insegnavo ai bambini piccini a pitturare e a scarabocchiare - che quello mi viene bene. La madre di uno di loro, forse incuriosita da quella ragazzetta italiana che aveva qualcosa di ancora non vissuto da raccontare e che tanto disegnava silenziosa, mi invitò per un caffè, «ché magari mio marito può darti dei consigli, lui è insegnante all'Accademia».
Forse avevo perso l'informazione nella traduzione, ma di lì a poco avrei scoperto che suo marito era anche e soprattutto un celebre artista, un disegnatore sperimentatore, di cui, tra l'altro, proprio la sera prima avevo assistito a un mirabolante happening di disegno e musica.

Per questo insieme di casi e sliding doors, insomma, mi trovavo ora a un Cafè della Bordeaux antica, seduta a un tavolino tondo, assieme alla donna gentile e a suo marito Michel, dalle sopracciglia nere scurissime, serio di un'espressione severa, ma in realtà dolce perché perennemente altrove, con dentro un potere impassibile da oracolo, tipo quelli della Storia Infinita che ti vedono dentro.

Mi guardava negli occhi e mi chiedeva cosa volessi fare, così, come a dire ehi, ciao. Cos'è che cercavo nell'arte, nel mondo, perché ero arrivata fin lì?

Avevo il mio taccuino sotto, come se fossi a una lezione e dovessi prendere importanti appunti. Avevo sete di conoscere e di sapere, avevo l'amo pronto per cogliere non sapevo cosa.

Risposi «L'illustratrice», senza esserne davvero sicura, mi annoiava in realtà dire una parola che dicevan tutti, e sapere che non sapevo ancora farla come volevo.

Michel mi prese il taccuino da sotto gli occhi, e vide disegnata a bordo pagina la tazzina di caffè appena bevuta, con il fondo di una goccia che avevo pressato come un cerchio sulla carta. Il mio sovappensiero.

La guardò, e disse che io ce l'avevo la risposta, ma non era quella che dicevo. Quella tazzina parlava per me.

Perché illustrare, perché disegnare parole di altri? Fermati prima.
Racconta la tua storia. Racconta di te, come fa quel cerchio di caffè e la tazzina che hai disegnato sopra. Racconta quello che mi stai dicendo, quello che lascia quella tazzina. Non occorre altro, lì dentro ci sei tu. Lo sai fare, fai quel che sei tu.


Cristallino. Nina San Paolo sulla via di Damasco.


Abbandonare l'idea di applicare un'arte per qualcos'altro, per qualcun altro, e fare di quell'arte che amavo, il disegno, la mia arte. La mia espressione non solo nella forma, ma anche nel contenuto.

La semplicità di quell'invito fatto proprio a me - cresciuta tra fogli in cui finalizzare ogni segno, mentre quelli miei li lasciavo a bordo pagina, o in un orecchio di foglio scarabocchiato, nel retro del progetto di un prodotto - mi stese. Mi brillò gli occhi. Trovai il mio specchio, a bordo pagina.


Questo blog è nato un anno e mezzo dopo, quando tanti disegni erano stati fatti, e quel monito di Michel Herreria, con la sua maglietta blu elettrico (la stessa di quel giorno, ndr) rimase impresso come un'illuminazione, e non dovevo più ogni tanto andare a ricercarlo. Semplicemente c'era, un sentiero si era creato, un modo di vedere le cose e onorarle.

"Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate."

Tutto questo per dirvi che Nina così è nata, prima il suo senso, e poi il suo nome.
Quella parola sola che allora non si diceva, del nome di quella strada nuova, eterea e lastricata di fiori, che Michel Herreria mi fece vedere, era questa, è Io & Nina. Da qui sono usciti e continuano a uscire arcobaleni.
E quel che Nina racconta è davvero quel che fa bella la sua vita, le sfumature che la abitano, dietro alle quali sta la risposta a tante cose, che pian piano capisce. Ché la verità è la chiave di tutto, e ciò che Francesca cercava l'aveva già in sé.

"Il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa." 





Grazie a voi che avete conosciuto Io & Nina, e ancora la portate fiera e felice fino a qui.


F.


p.s. E domani, per festeggiare Nina (che, come avete imparato oggi, siamo tutti), andate a votare :)!


(Le citazioni appartengono alla penna adorata di Claudio Magris)



21.5.09

Ninumerologia #1


La prima cosa apparsa stamattina agli occhi, appena sveglia, è stato il ricordo dei croissants au beurre che per giorni qualcuno mi portò in una cameretta di albergo al centro di Parigi. 
Sentivi il profumo arrivare in sogno e la gioia pura incondizionata di chi te li portava nei passi per le scale. Una delle sensazioni più belle.


Penso ai numeri, ai miei numeri. Ogni tanto mi capita, per attorcigliare a un filo logico i miei eventi. Torno indietro col tempo e mi pare di aver vissuto mille vite da quanto alcuni ricordi son lontani e non reversibili, come facendo un conto da ragioniera della memoria. 

Notavo sere fa - in una valutazione leggera, oggettiva, senza superstizione - una mia particolare affezione agli "anni pari". Poi ripensandoci bene, è nei dispari che ogni volta è avvenuto l'incontro. 
Nei pari ero serena da me, con me stessa decidevo, per me stessa partivo. 
Nei dispari, paradossalmente, eravamo in due.

Negli anni dispari mi sono innamorata, e negli anni dispari lasciata.
Negli anni pari sono partita, negli anni pari ritornata. 
Il 5 mi ha fatto vincere, il 3 mi ha fatto trovare, il 7 mi ha messo alla prova, il 9 mi ha fatto decidere.
Il 4 mi ha abbracciato, il 6 mi ha fatto partire, l'8 mi ha riscoperto.
 
Nel mio soggiorno a Bordeaux, un amico della famiglia che mi ospitava era appassionato di numerologia, scienza a me allora sconosciuta.  Fu lui a spiegare a me, un po' scettica, che tutto parte dalla data di nascita. 
Nata il 29-11-1982,  2+9+1+1+1+9+8+2= 33, il mio numero è il 6.


Secondo me c'è una logica in tutti questi numeri. 
Secondo me, quando certi numeri ritornano, vincono.



***


E' passata qualche ora dalla pubblicazione del post qui sopra. 
Voglio aggiungere una cosa importante, appena appresa leggendo fino in fondo il link di Wikipedia. Perché anche alle lettere è associato un numero. 
E da qui scopro:

"F è l'equivalente numerico di 6 e rappresenta l'amore. Caratterizza persone dal cuore caldo, passionali e con la capacità di far stare meglio gli altri. Quando è la prima consonante in un nome, essa porta le vibrazioni di un individuo attaccato alla mamma. Nel suo aspetto negativo F può portare un senso di malinconia".

e allora, incuriosita leggo N, di Nina:

"N è l'equivalente numerico di 5 e rappresenta l'immaginazione".


Tout se tien, lo diciamo sempre.

11.3.09

Ta douleur




Di questo parlavo, che di Camille inconsapevolmente ho tanto disegnato. 

Ricompaiono da ovunque gli scarabocchi che davo per scontato sole paginette nella mia testolina.

Questa è un'altra sua canzone, significativa; come diceva Marie, "quante volte si è pensato di voler prendere il dolore delle persone che si amano per cercare di alleviarglielo".
Pensiero costante, a volte totalizzante, ed è stupendo come l'ironia di Camille lo racconti.

E mi stupisce anche come nel testo rispunti la pioggia, la pluie, e la tempesta, l'orage.

Quando questa forma "temporale" non era ancora così profondamente mia e protagonista del mio immaginario e cuore, io l'avevo già disegnata.



Lève toi c'est décidé
laisse moi te remplacer
je vais prendre ta douleur

Doucement sans faire de bruit
comme on réveille la pluie
je vais prendre ta douleur

Elle lutte elle se débat
mais ne résistera pas...








9.3.09

Quand je marche



C'è una cantante che adoro, conosciuta quando ero in Francia, e da cui poi non mi sono più separata. 
E poi c'è una sua canzone, più di altre, che amo e che cantavo a quel tempo a me stessa, mentre sfrecciavo con la bici tra le vie antiche, dal jardin botanique, sulle rotaie del tram in cui puntualmente rischiavo di cadere, via dal porto o dalla strada che costeggiava il mercato del sabato mattina di Bordeaux.  

Ora e qui, quando in certi momenti più di altri sento l'assenza, è come se il volume si alzasse e tutto risuona ancora di più dentro, come un'eco, come amplificato, 

come il profumo che quando piove si fa più intenso. 




Quand je marche je marche
Quand je dors je dors
Quand je chante je chante
Je m'abandonne
Quand je marche, je marche droit
Quand je chante, je chante nue
Et quand j'aime, je n'aime que toi
Quand j'y pense
Je ne dors plus

Je suis ici
Je suis dedans
Je suis debout
Je ne me moquerais plus de tout

Entends tu (m'as tu dit)
(Le chant du monde) à l'heure de pluie
Quend l'aube se lève je la suis
Et quand la nuit tombe
Je tombe aussi

Je suis ici
Je suis dedans
Je suis debout
Je ne me moquerais plus de tout

Quand j'ai faim
Tout me nourrit
Le cri des chiens et puis la pluie
Quand tu pars, je reste ici
Je m'abandonne
Et je t'oublie.






22.12.08

Mele, treni, sedie, mari





"...e mi sembra che tu scappi
rincorso da mille vocianti cani."



Questi versi di Alda Merini mi strappano sempre il cuore, ogni volta che li rileggo, ogni volta che vedo il mio disegno. 
Così era allora, a Bordeaux (quando anche la mia mano così tremante sembrava fosse in movimento veloce, a rincorrere, non a fuggire), e così penso ora.


Rincorso, fuga, orari, treni. 
Tempo che fugge e tu temo con lui.

12.12.08

Era una mia vecchia cartolina





che faceva, assieme ad altre, dell'ingenua mail-art da Bordeaux, e dalle famose Place Clichy in cui sostare. 

Ma questa era speciale. Tentava di raggiungere quel che altro non poteva. 

Papavero me l'ha riportata alla mente. E questa è solo l'immagine che mi è rimasta, quando era appoggiata ancora sul piumone fucsia del mio letto, e prima che lei stessa cominciasse il suo viaggio per mare.



"Canto nel vento
come i pini
e gli alberi maestri delle navi.

Come quelli sono alta e taciturna,

e di colpo mi rattristo come un viaggio".







(Liberamente tratto da P. Neruda)

27.11.08

Numeri per aria


Erano 100 post quelli di prima, questo è il centunesimo.
Sono ancora 25 anni i miei, dopodomani saranno 26.

Ieri era 1 anno e 10 mesi con G., oggi sono 5 anni e 4 mesi e 8 giorni dalla prima pioggia.

Di questi tempi 2 anni fa cominciavo a salutare Bordeaux e le splendide persone color bordeaux che mi passarono accanto in quei mesi, mentre m'allontanavo dalla galleria "A suivre..." (che paradossalmente, ora che ci penso, portava un nome in sé, "Continua..."), e mi guardavano camminare via col sorriso tenero e pieno di buone speranze per quella piccola italiana dal segno maturo e silenzioso.

Di questi tempi quasi 26 anni fa era cominciata una lunga pioggia, lunghissima sul serio, che arrivò fino alla mattina del 29 novembre. Mio padre ancora oggi quando ricorda la mia nascita esordisce con un "E pioveva pioveva pioveva...".


Destino di pioggia il mio, se ancora adesso mi piove dentro ogni volta che ho tanto da sentire e da esprimere un secondo dopo.



Quando ero più piccola, lessi una frase che feci subito mia. Diceva:
"Quando sarò grande il mio uomo sarà colui che mi prenderà per mano e mi porterà fuori, sotto la pioggia, a sentire il buon odore di terra bagnata".



18.10.08

Io e te, altrove.

24.9.08

Se parti

Sì insomma, se parti, porta tutto con te. Le colline quelle vicino al nostro fiume, i guanti di velluto quelli che hai solo tu, le scarpe quelle per saltare dentro alle pozzanghere, e un bel paio di baffi nuovi, su cui arricciare tutte le nuove parole che imparerai.

Poi riempiti di cielo e portamene un po' indietro.

8.9.08

La France à moi (#1)

(In realtà l'ha detto Truffaut. L'ha espresso in 4 righe, ma era quello che pensavo io quando ero lassù a Bordeaux, o quello che m'aspettavo che qualcuno mi dicesse, fermandomi per strada, scrollandomi di dosso quelle nuvole a cui ero appesa. Che non c'era niente di più bello a pensarci, di un luogo così e del tuo foglio di carta, e della possibilità, sempre e comunque, di raggiungere chi amavi).


"Perché diavolo sei depresso? Perché con il congedo hai sotterrato la tua adolescenza? Perché incomincia un'altra vita da cani, ancor più incerta di prima? Se è così sta sicuro che ti capisco, ma preferiresti stare nei panni di X o Y? E allora, alzati e cammina. Raggiungi un rumoroso bistrot in place Clichy e mandami una lunga lettera".



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...