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1.2.16

Sempre ora



"La poesia è un'iniziazione perpetua, e il mondo comincia ora, sempre comincia ora".


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*

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4.11.15

Mitologia

francesca ballarini orfeo euridice illustrazione
Non bisognerebbe mai lasciare Nina da sola per troppo tempo, ma neanche per poco.
Qualcosa va sempre più veloce però là fuori, mentre qui dentro occorre sentire lo scandire dei secondi, dei minuti e, a volte, lusso e spericolatezza, pure delle ore. È tana negli alberi (vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro / e udire ogni voce, prima che risonasse), sempre.

Forse questo tempo necessario fisicamente arriva quando comincia a far freddo, quando senti casa, quando la guardi la tua casa, e quelle cose che sai che non devono andar veloci le lasci qui, come segnale per il tuo presente.

Da settimane mi (in)segue una poesia di Rilke, su Orfeo ed Euridice.
Fin da piccola è sempre stato il mio mito preferito, non sapevo bene perché, così tragico, così pulsante, così invano. Li ho sempre immaginati bellissimi tutti e due, Orfeo ed Euridice, mortali più che mai, mi erano come familiari.

Averla scoperta solo adesso - e mi dà affanno ogni volta che leggo, perché sono loro, perché funziona così - mi spiace, come aver mancato a un appuntamento, ma forse neanche tanto perché ora la capisco.

E poi più che una poesia pare una lunga strada, di estraniamento che tu sai così assurdo e concreto assieme, li senti i passi e i sassi, la radice e la morte sospesa, e il fiatone di chi il fiato ancora ce l'ha, e magari ogni volta ci speri, giuro che ci speri che la fine cambi, che lui non si volti, magari lui stavolta avrà fede e non si volterà.



Orfeo. Euridice. Ermes

(di Rainer Maria Rilke - trad. di Gilberto Forti)


Era l'arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d'argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v'era.

V'erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stagno grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell'unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell'unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l'uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull'ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l'occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l'udito indugiava come l'odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l'eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poichè un solo sguardo frantumava
tutta l'impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell'ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l'agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all'altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sè e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
nè alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sè, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d'ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell'esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l'isola del talamo,
né più era il possesso dell'uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all'improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull'uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,   
incerta, mite e senza impazienza.



-




7.4.15

Un puntino vicinissimo




Vedi,
 gli disse la Luna,
 la distanza è cosa così piccola, 
e senso così vano, 
se io e te ci guardiamo.





*

11.2.15

Come tanti puntini tra parentesi

francesca ballarini illustrazione szymborska
(...)

 Dove mi ero rintanata,
dove mi ero cacciata –
niente male come scherzetto
perdermi di vista così.

(...)


w.s.




A Shaun Tan, a Wislawa Szymborska, a chi mi sveglia, a chi mi trova.


*





10.2.15

Disegna la paura

francesca ballarini illustrazione
"Che cos'altro sconvolge l'occhio se non l'invisibile?"


  

Bobò, così detto da Nina, che poi è il Babau, Boogeyman - come lo chiamate voi? Da me stava in soffitta, al quarto piano, e la luce si spegneva sempre prima che tu avessi fatto in tempo a prendere quel che dovevi prendere, e non c'era modo di scendere giù dalle scale al buio senza correre a perdifiato, prima che. 
Prima che? Non so, però prima, dovevi fare prima.


*



2.9.14

Colors

aida francesco micheli francesca ballarini
"La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, è il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo passo, non t’accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare l’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. Corre la nuvola, da grigia si fa lattiginosa e lucida, il cielo dietro è diventato nero, è notte, le stelle si sono accese, la luna è un grande specchio abbagliante che vola. Chi riconoscerebbe in lei quella di qualche ora fa? Ora è un lago di lucentezza che sprizza raggi tutt’intorno e trabocca nel buio un alone di freddo argento e inonda di luce bianca le strade dei nottambuli."

(dal racconto “Palomar guarda il cielo” - Italo Calvino)


Un prisma, sotto la stessa luna // Aida, estate 2014






1.4.14

My favorite social network



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*

27.2.14

Eternal sunshine of a spotless mind


szymborska memoria illustrazione francesca ballarini


Sono un cattivo pubblico per la mia memoria.
Vuole che ascolti di continuo la sua voce,
ma io mi agito, tossicchio,
ascolto e non ascolto,
esco, torno ed esco di nuovo.

Vuole tutta la mia attenzione e il tempo.
Quando dormo, la cosa le riesce facilmente.
Di giorno ci sono alti e bassi, e le dispiace.

Mi propone con zelo vecchie lettere, foto,
tocca fatti più e meno importanti,
mi rende paesaggi sfuggiti alla mia vista,
li popola con i miei morti.

Nei suoi racconti sono sempre più giovane.
È carino, ma a che pro questo ritornello.
Ogni specchio ha per me notizie differenti.

Si arrabbia quando scrollo le spalle.
Allora si vendica e sbandiera tutti i miei errori,
pesanti, e poi dimenticati facilmente.
Mi fissa negli occhi, aspetta una reazione.
Mi consola alla fine, poteva andar peggio.

Vuole che viva solo per lei e con lei.
Meglio se in una stanza buia, chiusa,
ma qui nei miei piani c’è sempre il sole presente,
le nuvole di oggi, le vie giorno per giorno.

A volte ne ho abbastanza della sua compagnia.
Propongo di separarci. Da oggi e per sempre.
Allora compassionevolmente sorride,
sa che anche per me sarebbe una condanna.


[W. Szymborska]



*




30.9.13

Nina Despina

 le città invisibili illustrazione italo calvino francesca ballarini


«In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare.  
Il cammelliere che vede spuntare all'orizzonte dell'altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti, alle merci d'oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pian terreno, ognuna con una donna che si pettina.
Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d'una gobba di cammello, d'una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui busto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lunga carovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d'acqua dolce all'ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po' del velo e un po' fuori dal velo.
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.»

Le città invisibili - Italo Calvino




(Dipende da dove arrivi - da dove arrivi? - e vedrai una forma diversa di me, della mia città.)










26.4.13

Porta impazienza

poesie rondoni illustrazione francesca ballarini
Ci vuole pazienza in amore
e anche impazienza,

luce ma lasciare
spazio anche per l'ombra.

Lo sa il vecchio pino, alto, nel cortile
che ha veduto dalle finestre
e fermato il volo
di parole che per tristezza volevano buttarsi
e poi ha veduto

vetri spalancarsi al sole
spinger via paura, stanchezza
e il morire delle case.

Lo sa che ha trattenute appese
le voci cambiate dei ragazzini
e le occhiate delle donne
sole a fumare alle finestre.

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche furia,
la furia bella dei bambini
che ridono e capriòlano
quando ritorna qualcuno,
e fan le corse in corridoio, si fan notare

e quella del pino antico che nel gelo
e nel cupo silenzio della città
stringe le radici, nascoste
come un ferito le sue cicatrici.


(D.Rondoni)





4.10.11

La stazione


Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

È avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.


(Wislawa Szymborska)






25.4.11

Se ti perdi


labirinto camus illustrazione ballarini
Un uomo labirintico non cerca mai la verità, ma sempre e soltanto Arianna. (A. Camus, 1951)




*

21.4.11

n/a (not available)



"Il mio nome è Altrove. Nina Altrove."

*

15.3.11

Nascondina


(Ognuno ha le sue tane preferite. Funzionanti o no, ti proteggono. Come la frangetta che ti copre la fronte, o lo scialle che t'aspetta sul letto. Poi però arriva il vento che ti scopre, e il mattino che ti sveglia. Insomma un nascondino che ha un tempo finito, perché alla fine ti si vede, c'è qualcuno che fa tana per te. Oppure incosciente ti fai trovare. E insomma non è detto che sia cosa brutta. Tutt'altro.)


*

17.2.11

Crocevia

La strada ha un tremore
di corda tesa,
un tremore
di enorme calabrone.

(F. Garcìa Lorca)




*

10.12.10

Canto di Natale ~ "I Baci di Neve" (versione illustrata)

C’era una volta un piccolo fioraio.
Lo potevi incontrare al mare che t’appuntava fiori tra i capelli, o nascosto tra le foglie di un lillà, il suo colore preferito. 
Durante l'inverno si trovava spesso da solo. Aspettava la bella stagione e vagabondava cercando luoghi fioriti, invano.
In un pomeriggio freddo e silenzioso, all’incrocio tra Via dell’Altromondo e Largo Sinfonia, inciampò nella Montagna Alzatina. Era bianca e accogliente, gentile come i suoi vasi portafiori. Con fare nostalgico si arrampicò su di essa, e da lì contemplò l’orizzonte.




Pensava che i suoi fiori gli mancavano proprio, come mancano i baci a un innamorato. 
Come quando ti manca il pennino se vuoi disegnare, o un ingrediente speciale quando vuoi creare. Vale un po’ per tutti l’inverno dei fiori, pensò. 


La Neve, che lo vide affacciato dalla Montagna Alzatina, si accorse di lui e dei suoi pensieri.
Mentre lo guardava, comprensiva, sentì una strana spinta che la induceva a muoversi, un motore immobile che non sapeva neanche di avere, lei così abituata com’era a "cadere".


Cominciò pian piano a rotolare su se stessa, a formare piccole palle di neve, girandosi sulla terra, facendo capriole e ballettare una sull’altra. Sembrava volesse raggiungerlo sulla montagna, lui solo e malinconico. 


In effetti era un bellissimo fioraio, è dovere dirlo. Baffetti nero corvino da sparviero, una blusa violetta che gli cadeva a pennello (e pure un po’ a matita) e un andamento sinuoso che ogni volta pareva sfuggirti dalle mani. 
Forse la Neve quando lo vide se ne innamorò.



Fatto sta che quel rotolìo di baci di Neve, che si mescolavano e facevano scalette per raggiungerlo in alto, agli occhi del piccolo fioraio non parve vero. 


Perché sì era neve, sì s'avvicinava il Natale e tutto è possibile (qualcuno dice), sì era inverno e di fiori neanche l’ombra, ma lui sentiva crescere nitido un profumo d’estate.

Un sentore di cocco, a essere precisi, che si diffondeva a ogni saltellare di quei baci di Neve, che ormai avevano riempito la montagna, ora innevata.

Per il fioraio, prima solo e in attesa delle sua stagione lontana, ora tutto era cambiato.




Camminava adagio e incredulo su quel manto bianco, tra i morbidi altorilievi che lo attorniavano e gli facevano da cuscino e gli tiravano baci, inebriandolo di profumo di cocco e zuccherino. 
Su quella specie d'amore che l’aveva raggiunto, infatti, non poteva far altro che passeggiare leggero come un uccello. 
Ricordava bene (lo diceva pure Emily) che come gli uccelli bisogna camminar sulla neve, e non ferir ciò che sta sotto, e che probabilmente ha steso i suoi sogni ai tuoi piedi.

Pensò inoltre che era molto buffo, e pure speciale, perché a dispetto del tempo e delle stagioni, aveva nevicato al contrario per lui, era la Neve ad averlo raggiunto. 
Un po’ come un fioraio che riceve dei fiori, stavolta.
Stava bene lui lassù, con la sua Neve che profumava d’estate, e decise che avrebbe aspettato lì quel che le stagioni sempre possono portare.







“L’acqua è insegnata dalla sete.
 La terra, dagli oceani traversati. 
La gioia, dal dolore. 
La pace, dai racconti di battaglia.
L’amore, da un’impronta di memoria. 
Gli uccelli, dalla neve.
(Emily Dickinson, 1859)









Baci di Cocco e Quark, ricetta gluten-free per fare delle "neve innamorata" in casa:

• 4 albumi (120 gr circa)
• 150 gr di zucchero a velo setacciato
• 70 gr di quark (20% di grasso) (in mancanza sostituire con della ricotta)
• 200 gr di farina di cocco
• piccoli pirottini di carta

1. Montare a neve gli albumi insieme allo zucchero a velo.
2. Incorporare il quark e la farina di cocco fino ad ottenere un composto omogeneo.
3. Con le mani bagnate formare delle palline di circa 40 grammi ciascuna e riporle in piccoli pirottini.
4. Cuocere nel forno preriscaldato a 160°C per circa 15 minuti. I baci dovranno essere leggermente dorati. Far raffreddare completamente prima di consumarli.
I baci si conservano a lungo in una scatola di latta. Con ogni giorno che passa sono più buoni. Si possono anche ricoprire di cioccolato.

 - Illustrazioni & Racconto di Nina, Fotografie & Ricetta di Alex (la versione fotografata del racconto, qui) -

Nota delle Autrici: Questa è una storia che nasce dal filo invisibile che lega Alex e Nina: due anni fa la prima regalò un fiore viola all’altra, un fiore speciale, convincendola a continuare a rimanere qui nella rete e tentare la sorte di illustratrice vagante e marina. 
Alex è la “madrina fioraia” di Nina, e se la ride pure, perché dice di avere il pollice nero. 
Nina è per Alex un punto di riferimento nel grande mare che è la rete. Un faro su cui fare sempre affidamento, una spiaggia piena di conchiglie dove poter mettere radici. E nonostante Alex e Nina non si siano mai conosciute, sanno che un giorno cammineranno insieme in mezzo ai fiori (viola) e alle conchiglie. 

(Il nostro Racconto/Ricetta partecipa al Contest "Aggiungi un Blogger a tavola")





7.10.10

28.7.10

A Ninopoli c'è


un faro, non manca mai



un gatto che cammina sul mare, controvento


un uomo Mariposa.



Mi rubo di soppiatto qualche ritaglio dal tavolo che lascio ogni sera, perché i preferiti vengono appesi al muro e ogni tanto ci voltiamo e li guardiamo assorti.
Loro invece son venuti con me nascosti tra le pagine dei Racconti di K. Mansfield, che ho deciso che illustrerò, per mio piacere e mia prova. A Ninopoli le case si costruiscono così.

30.6.10

Bagnarsi due volte nello stesso stagno


Ci vuole leggerezza per fluire sulla pagina.
A volte poi si approfitta di un sacchetto di sassi, accumulato in un'ora in un mese in un anno o più, e fai solchi sulla terra per segnare. Ora è quel momento se questo schermo fosse fatto di zolle.

C'è una cosa con cui io ce l'ho a rabbia. La stasi, che non è un'attesa ne' una pausa. È il ri-stagno critico che porta dentro un'impotenza, come un fiume che smette di correre per un po', difficile quantificare per quanto, è bloccato, e pare che manchi il respiro a tutta la Terra in quel tempo lì.

E tu lo guardi fermo, e non vedi pensieri laterali: non ci sono massi da togliere, orologi scarichi da caricare, terra da smuovere a trovare un nuovo corso.

Per lo meno niente di visibile, ora.

Poi viene fuori, confido sempre che venga fuori perché se è un fiume, un fiume scorre.
E allora confido pure in questo, che l'anima delle cose non può essere cambiata, per cui il fiume resterà fiume, e allora troverà il suo corso.

Ma quando c'è la paura non si muove un'aria. Perché è la durata, il per quanto sarai immerso in quello stagno che non sai. Non si sente nulla, non vola una mosca, non naviga una foglia, un ramoscello arenato per poco, un uccellino che si bagna al volo perché è caldo, tanto caldo, e l'acqua che scorre è l'unica musica che vuoi.






4.3.10

Meteoropatia


"La nebbia è il fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. È costituita da goccioline di acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria. A causa della diffusione della luce solare da parte dell'acqua in sospensione la nebbia si manifesta come un alone biancastro che limita la visibilità degli oggetti." (Wikipedia)



C'era la nebbia tutt'in alto oggi, e cancellava le colline, piano piano, scendendo come una pennellessa.

Ti giravi un istante, apparecchiavi la tavola, spostavi un bicchiere e puff! mancava il campanile, il gatto reclamava cibo, lo guardavi giù intenerita, una carezza, e puff! via il vigneto, attraversavi il corridoio, ti affacciavi dalla camera, ormai rassegnata a giocare a cache-cache col vapore acqueo, e puff! puff! puff! via Castelbellino, l'agriturismo di turno e un bel po' di tornanti con le relative non-auto.


Sembra di stare dentro la storiainfinita col Nulla che si mangia la terra, pensava Nina.


E' che quando non ci sei, manca la Fantasia.
Si assopisce, pensa ma non crea, ricorda ma non scrive, segna nei pensieri, ma lascia sul tavolo la penna.
Allora guardo nella valigia e invento nuovi nomi.



Alla lista di Wikipedia, dopo

Nebbia da irraggiamento
Nebbia da avvezione
Nebbia da evaporazione
Nebbia frontale
Nebbia congelantesi
Nebbia ghiacciata

io aggiungerei:

Nebbia da assenza, detta anche Ninebbia.


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