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7.4.15

Un puntino vicinissimo




Vedi,
 gli disse la Luna,
 la distanza è cosa così piccola, 
e senso così vano, 
se io e te ci guardiamo.





*

23.9.13

Doppio senso

illustrazione fiore profumo francesca ballarini


Sento il tuo profumo disse l'uomo
Sento il tuo profumo disse il fiore




*




*

22.11.12

Ode a bordo pagina



Sai quei segni che rimangono sul margine del foglio, fogliaccio spiegazzato, carta per le bozze, e non li vede nessuno, che nascono sovrappensiero o sovrapparole, e prendono una forma, col colore che in quel momento hai in mano, senza scelta, e distratta sposti il polso, al confine tra la carta e il tavolo, e scarabocchi? Un volto una casa una volpe una donnina capovolta una sedia zoppa un libro volante un gabbianello con le scarpe.
Oggi mi sono fermata, e l'ho guardato quel profilo relegato al limite, dopo averlo disegnato. L'ho guardato. Gli ho dato il tempo. Ho detto scusa Bordopagina se rimani sempre senza voce e senza occhi, ma pensa a quanto hai di me dentro tu, quanto sei leggero di pensiero e insieme gravido di tutto quello che la parola e l'aspettativa e la richiesta scartano nei segni che invece stanno al centro di 'sto foglio qui.
L'ho guardato a lungo, ci siamo capiti, mi ha sorriso e ci siamo detti che andrà tutto bene, che nelle frontiere come il bordo pagina ci sono tante promesse, anche se silenti.
E allora adesso è qui, è uscito, in viaggio pure lui, anche se è senza nome, senza sensi, senza ordine, senza perché. È, e basta. Sulla riva prima, ora in mare. Il mio prisma, e dopo.
"If I'm dreaming you and you're dreaming me 
Then why don't we choose a different story?"




10.11.12

Faccia pure



Aveva con sé l'inattaccabile quiete degli uomini che si sentono al loro posto.




17.11.11

L'albero di loto

alluvione genova albero di loto


Stavo pensando che l'albero di loto è quello che ti dà frutti pure quando non li chiedi, e lo vedi, e si fa accorgere: che il ramo è spoglio, tutto intorno è spoglio e scarno e asciutto e lui invece è carico di sfere aranciate che pesano sulle braccia, per quante sono, per quanto vogliono esserci.
Penso sia un buon esempio a cui ispirarsi. Quando da lontano scorgo un albero di loto, vedo un sacco di forza, e niente paura di esser solo, lì, a metter colore, senza che gli si chieda alcunché, è un albero "abitato".

Ecco, la rete (come lo è stato allora) può esser davvero quella che tiene in salvo i trapezisti in alto che volteggiano, magari quando piove, piove tanto.

Per il ristorante Officina di Cucina di Chiara e Claudia, colpito dall'alluvione a Genova, bloggers e non si stanno muovendo per aiutare a ricostruire, con iniziative diverse, polpose come un albero di loto.
Come dice Cobrizo, bisogna acCORdarsi, e la rete è regina in questo.

Perciò vi invito a partecipare come tanti rami di un albero di loto. Qui troverete tutti i link necessari:
il racconto di Chiara di Officina di Cucina (Genova, 4/11/2011, ore 13.20)
- il gruppo facebook in fermento alla ricerca del necessario e alla divulgazione dell'iniziativa
- la lista delle necessità continuamente aggiornata, e i riferimenti per contribuire
- il banner di Cobrizo per condividere più possibile e raccogliere aiuti attorno a noi:


Immaginate di passeggiare su una strada d'autunno pieno, che pure le foglie son volate via, dal vento o dall'acqua spazzate altrove, e di incontrare un albero di loto, che si staglia sulla linea d'orizzonte, sfrontato in tutto il suo arancione generoso esserci.


(Nina Loto, passa e mai chiude)



17.10.11

Ninestrone 2012

ninestrone francesca ballarini
Scusate il ritardo, ero ancora alla stazione di N mi sa.
Quando son tornata, un po' infreddolita dal paradiso perduto delle probabilità, ho infilato il grembiule tirolese e mi son preparata un minestrone caldo e confortante (nonché alquanto insolito - al posto di coltelli e pentoloni, noi si usa pennelli e matite).

Un concertino di ortaggi è cresciuto sulla carta e nell'acquerello, e io non mi fermavo mica, giocavamo a farci le linguacce e a saltellare da foglio in foglia.

E intanto pensavo che un minestrone, un buon minestrone, di quelli sinfonici nel loro scompiglio, di qualsiasi foggia si tratti, è come un tutti-insieme-appassionatamente. È un "con", variopinto e armonico, che ti fa stare bene.

Sinfonia e minestrone è il cesto di pastelli colorati qui davanti a me, sparsa confusione di shanghai, tra gomme spugne e pennini, ma che porta il tumulto di ogni disegno che sta ancora dentro,
sinfonia e minestrone è «Il mio cervello zeppo di idee strettamente ripiegate come il dorso dei fenicotteri
quando volano verso sud al tramonto» - scrive Virginia Woolf,
sinfonia e minestrone è la tavola affatto apparecchiata ma piena degli ingredienti per il dolce della domenica,
sinfonia e minestrone è il letto sfatto mentre fuori piove, e c'è il gatto e c'è il libro e la matita preferita per sottolineare e toh pure una tazzina di caffè,
sinfonia e minestrone è riconoscere un ordine speciale in un apparente caos, un qualcosa di magico e personale che ci permette la lettura di quel disordine, e ce ne fa affezionare, perché spesso è una traduzione tutta nostra, quasi un nostro ritratto, ma fuori, ed è bello riconoscersi fuori.

Minestrone è un buon augurio per tutti allora, mi son detta.
Noi però lo chiameremo Ninestrone, di una sinfonina di verdure.

verdure illustrate ortaggi colorati

Nasce così per queste future feste il Calendario Ninestrone 2012, 
raccontato da 12 buffi ortaggi stagionali, vivi e fiabeschi, d'acqua e acquerello ninesco;
stampato su fine art paper e dai disegni sfilabili (formato 40x18cm), per essere incorniciati a piacere
allo scadere di ogni mese.


Come averne un piatto? 

1. Un Ninestrone sarà in palio per il contest di fine anno di Nina, da qui al 20 novembre 27 Novembre (prorogato a gran richiesta oggi 17 Novembre!)
2. Per chi lo desidera, dato che il Calendario Ninestrone sarà fatto su misura e in edizione limitata 
e numerata, è pregato di scrivere un'email a Nina entro il 25 novembre per prenotarlo (poi se lo vincete meglio pure!) 


Regolamento per la conquista di un Ninestrone 2012

Ingredienti: Nel calendario ci son porro, cetriolo, melanzana, carota, raparossa, pomodoro, piselli, indivia, fiordizucca, cipolla, fagiolino, patata, radicchio e prezzemolo, ma nel vostro Ninestrone potrà andarci di tutto, ché non sarà solo un minestrone alimentare, anzi! A ognuno il suo caos perfetto e nutriente e vitaminico di ricordi di oggetti di pensieri e pinzillacchere.

Procedimento: Raccontate dunque, inventate, disegnate, fotografate, cucinate
o silenziosamente mostrate la vostra sinfonia-minestrone,
un tutti insieme appassionatamente che è attorno a voi, di fronte agli occhi, o nei meandri dei pensieri.
 Quell'insieme di ingredienti che vi fa sentire a casa anche quando non ci siete dentro,
che vi conforta con piacevole tumulto, un disordine armonico che voi ben riconoscete,
perché contribuisce alla riuscita della vostra personale sinfonia.

Pubblicate poi la personale interpretazione sul vostro blog, flickr, pagina facebook,
 canale youtube,o qualsiasi altra pagina visibile a noi tutti,
che abbia come titolo "Il mio Ninestrone" 
e un link al presente post del concorso utilizzando questo banner:

concorso vinci calendario

Lasciate infine il link del vostro post come commento qui sotto, Nina provvederà a inserirlo in un'unica lista, tra i ninestroni dai molteplici sapori che metterete in tavola.

Scadenza
Tempo di cottura: Avrete un mese per creare, tutti i post dovranno esser pubblicati
entro la giornata del 20 Novembre  27 Novembre!


Giuria per giuria assaggeremo il vostro ninestrone e decreteremo il vincitore!

calendario illustrato 2012

Lo Chef dice:  È un augurio di Nina tutto questo,
in onore delle armonie che si creano in questi intrecci della rete,
e degli sguardi che ti leggono e si riflettono e di cui ringrazio
(conosco persone colorate come un radicchio, croccanti come un fior di zucca,
fresche come fagiolini alla mentuccia), 

e per l'apparente minestrone di aspettative e desideri che cucina ancora dentro me,
ma che nel tempo prende contorni sempre più chiari,
 perché poi penso al sapore buono, caldo e intenso che avranno dato a fine preparazione,
e che i sensi riconosceranno quando sarà pronto,
in una variopinta attesa che a volte pare disordine, ma non è.


[Il termine sinfonia viene dal greco συμφωνία symphōnía, composto da σύν = "con, insieme", e φωνή = "suono"]



*****
 Nel Menu - I Partecipanti


  • 2. Claudia Scorza d'Arancia con Tu la conosci Nina? con baciuzzi pi'mia "bedda duci e zuccherata".
  • 5. Suster di Pisa&Love con Il nostro Ninestrone - "di segnali di una realtà multiforme, che a me sfugge, a lei no."
  • 7. Ale racconta qui il suo prezioso tutti insieme appassionatamente - "Caffè e tazzina sbeccata e biscotti e facce intorno che fanno stare al caldo e ricordi di sorrisi che non ci sono più attorno ad una tavola, che scaldano ancora...Come quello di mia nonna che giusto un anno fa moriva...Le mie tazzine di caffè hanno tutto questo senso dentro". 
  • 8. Vogliounamelablu e il suo Falling in love ai Laghi di Lamar "leggero come una ninestrina e dal sapore delicato (sa di foglie secche stropicciate, vi avviso)".
  • 9. Silevainvolo con Ninestrone e faccia tosta - "I tempi di percorrenza sono brevi. Non scuocere le verdure come certi amori troppo molli che annacquano il cuore".
  • 15. Liquirizia con Ninestrone emozionale - Gli ingredienti emotivi li trovate nel vostro orto umano: le radici ai piedi, le foglie in testa, i fiori in bocca e i frutti della passione nel cuore.
  • 16. Tri mamma con Ninestrone Matrimoniale - tra le stanze e gli oggetti di una decina d’anni vissuti “tutti insieme appassionatamente".
  • 17. Simona Pinto con Ninestrone Viola del Pensiero -  di pensieri misti che s'accavallano e moti e idee che in questi giorni fan friccicare la rete...
  • 18. Patrizia con Assaporiamo l'autunno -  questo era il mio intento, recuperare le foglie del parco e portarmele nel giardino, rivestire il prato verde di coriandoli multicolori.
  • 19. La Cuoca Pasticciona e il suo Ninestrone dell'AmaraDolcezzauna sinfonia nuova in cucina che sprigiona un qualcosa di fiabesco (o Ninesco)...
  • 20. Owl con Ninestrone silente - di suoni familiari che raccontano, colori che accarezzano, silenzi che condiscono.
  • 25. Ciboulette con Il mio Ninestrone è arancione - una sinfonia è fatta di tante note, tanti movimenti, tante variazioni: e quest'anno la mia è scritta su uno spartito completamente nuovo ed è la musica più bella che abbia mai ascoltato.
  • 26. Valewanda con Ninestrone di lillà - un fiore per quel sentirsi di voler essere esattamente lì, non capita sempre nella vita.
  • 28. Roberta Cobrizo con In groppa ad un fagiolo - la sua faccia invece era paralizzata dall'incanto, a bocca aperta, di fronte a cinque piantine che ormai erano alte dieci centimetri...
  • 29. Olgaolgae con Il Mio Ninestrone (o il bello si fa forza!) - Lui, leggendo solo una frase scritta e appesa nel suo studio o chissà forse proprio un pensiero comune, un desiderio comune, un sogno, ha detto sorridendo: “Il bello si fa forza!”.



(to be continued, prorogato fino al 27 Novembre!)


*


27.9.11

Quello che siamo

Francesca


illustrazionefrancesca ballarini diventa ciò che sei

Michelangelo Buonarroti illustrazione Francesca Ballarini


rob brezsny illustrazione

Michelangelo Buonarroti illustrazione

Michelangelo si dichiarava artista "del levare", piuttosto che "del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi personaggi.  (Baldini)


Oggi sono inciampata in questa frase qui:
"Il nostro compito è diventare sempre più quello che siamo. Un poeta cresce quanto più è capace di essere a suo agio di fronte alla vita”. 

Ecco, io penso che dovremmo fare tutti come Michelangelo. 

Ché il bene, quell'agio, ce lo creiamo noi quando ci conosciamo, quando ci sprigioniamo, arriviamo sempre più vicino alla nostra radice. Nell'epidermide delle muscolature c'è già la risposta, la solidità. 
Tocca togliere e non mettere, capire dentro. 

Esci dall'ombra, ché magari scopri che hai delle mani super potenti e in una silhouette mica si contano le dita che possiedi, vieni fuori dal guscio ché respiri meglio, emergi dall'acqua ché ti ci puoi specchiare, togliti l'armatura ché è solo un mucchio di latta, sorgi dalla terra che c'è un sacco di sole là fuori. Qualsiasi sia il vestito che ti copre, spoglialo e diventa ciò che sei.




This time around | You can be anyone



*


19.7.11

La fine e l'inizio

wislawa szymborska amore a prima vista francesca ballarini

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno “scusi” nella ressa?
Un ‘ha sbagliato numero nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

("Amore a prima vista" Wislawa Szymborska, da La fine e l’inizio)



poesia illustrata ballarini szymborska

“Non potei fare a meno di sorridere, quando ci stringemmo la mano, perché la nostra presentazione sembrava straordinariamente superflua. Ci sono incontri che sono vere e proprie agnizioni: quello ne era uno.”
(C. Isherwood)


Da quel giorno, che è questo, nulla dies sine linea.




*

11.6.11

Nina è 3

È una lunga storia questa, per un sabato quasi estivo. 
Mettetevi comodi, scegliete una tazzina, che oggi è un po' la protagonista. Fingete di essere in vacanza lì dentro, una piccola gitarella fuori porta; versate del tè, della limonata, delle bollicine, nuotate e ascoltate.

Oggi Nina compie tre anni: 1 anno per le radici, 2 anni per il fusto, 3 anni per i rami, ha deciso.

E quando i rami si tendono sul fiume, lì nascono foglie, e queste foglie si guardano indietro e raccontano al cigno che nuota per quelle acque gli anni passati a crescere.

Il primo anno mi avete portato fiori, il secondo anno vi ho portato conchiglie. Mentre i primi continuano a crescere e le seconde ad arrivare a riva, questo terzo anno è per un racconto, o meglio una prefazione, a tutto ciò che avete letto e sentito fino ad ora.

"La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest'ultimo fa parte del viaggio: alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d'essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta non c'è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita - nel viaggio della vita - avevamo appena notato."

Questo qualcosa è una tazzina di caffè.


Nina non è il mio nome, e non lo è stato fino a 3 anni fa. È nato poco prima di questo blog, e ora direi che è nato per.
Mi ha chiamato Nina per scherzo, come si dice oh, Nina, oh Nino, oh Nì! per semplicemente chiamare, chiamarti senza appellarti, farsi accorgere. Come il paradigma di nome, un non-nome, un appellativo che può valere per ognuno. E poi assomigliava a un disegno, ché se lo scrivo corsivo sembrano onde. Allora quando capita che ci si ritrovi nei disegni di Nina, ché Nina "non disegna solo per sé ma per tutti",  ecco che combacia col nome che s'è scelta, col suo destino. Nomen omen.


Francesca, che vuol dire libera, è un altro nomen omen, e non solo per l'etimologia.

Anni fa Francesca aveva preso un'altra strada, dopo esser uscita dalla sua speciale università, piena di quell'arte applicata che ti mette tanto nelle mani, poi devi scegliere tu cosa farne.
Prima che potesse pensarci sul serio, si era ritrovata a pochi giorni dalla laurea a lavorare in un'azienda di giocattoli, di quelle grandi con gli uffici openspace, con winnitehepooh, topolini e fatine, a disegnare quel che le dicevano. Erano briglie sperimentali, ma non troppo. Erano in anticipo, e lei lo sapeva.

Una borsa di lavoro in Francia venne a rapirla, lei che tanto la sognava, lei che tanto voleva viverla ma senza ancora sapere come.
Si trattava di lasciar tutto e volare a Bordeaux, a cercare quel che non aveva avuto tempo di cercare, e magari col rischio pure di non trovare.

Fosse stata più grande e più irretita dalla contingenza, chissà, forse sarebbe rimasta. Invece se ne partì, fece fagotto e prese la strada più incerta, si sciolse le briglie di dosso e seguì una luce di crepuscolo che poteva promettere di più, o semplicemente svelarle chi era.

"Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante."

Passarano quei mesi di vita francese e passarono in un modo intenso e riflessivo.
Ricordo che mi guardavo intorno e cercavo specchi. Disegnavo quel che volevo disegnare seduta nella galleria di arte in cui lavoravo, o in un'ipotetica Place Clichy, oppure dentro il bus numero 9, e intanto riprendevo il mio tempo.


Quando cerchi la tua strada la puoi pure trovare tra le aiuole silenziose di un jardin botanique, sulle righe che lasci sull'asfalto con le ruote della bicicletta che perennemente perdeva grasso - e io lì a rovesciarla e rimetter la catena, a notte fonda. Serve pure quello.

Lì in Francia trovai la strada per un altrettanto caso. Una via un po' eterea, lastricata di fiori, non definibile in una parola sola, o almeno non allora quando la ascoltai, perché mai l'avevo saputa vedere prima.

Alla galleria d'arte insegnavo ai bambini piccini a pitturare e a scarabocchiare - che quello mi viene bene. La madre di uno di loro, forse incuriosita da quella ragazzetta italiana che aveva qualcosa di ancora non vissuto da raccontare e che tanto disegnava silenziosa, mi invitò per un caffè, «ché magari mio marito può darti dei consigli, lui è insegnante all'Accademia».
Forse avevo perso l'informazione nella traduzione, ma di lì a poco avrei scoperto che suo marito era anche e soprattutto un celebre artista, un disegnatore sperimentatore, di cui, tra l'altro, proprio la sera prima avevo assistito a un mirabolante happening di disegno e musica.

Per questo insieme di casi e sliding doors, insomma, mi trovavo ora a un Cafè della Bordeaux antica, seduta a un tavolino tondo, assieme alla donna gentile e a suo marito Michel, dalle sopracciglia nere scurissime, serio di un'espressione severa, ma in realtà dolce perché perennemente altrove, con dentro un potere impassibile da oracolo, tipo quelli della Storia Infinita che ti vedono dentro.

Mi guardava negli occhi e mi chiedeva cosa volessi fare, così, come a dire ehi, ciao. Cos'è che cercavo nell'arte, nel mondo, perché ero arrivata fin lì?

Avevo il mio taccuino sotto, come se fossi a una lezione e dovessi prendere importanti appunti. Avevo sete di conoscere e di sapere, avevo l'amo pronto per cogliere non sapevo cosa.

Risposi «L'illustratrice», senza esserne davvero sicura, mi annoiava in realtà dire una parola che dicevan tutti, e sapere che non sapevo ancora farla come volevo.

Michel mi prese il taccuino da sotto gli occhi, e vide disegnata a bordo pagina la tazzina di caffè appena bevuta, con il fondo di una goccia che avevo pressato come un cerchio sulla carta. Il mio sovappensiero.

La guardò, e disse che io ce l'avevo la risposta, ma non era quella che dicevo. Quella tazzina parlava per me.

Perché illustrare, perché disegnare parole di altri? Fermati prima.
Racconta la tua storia. Racconta di te, come fa quel cerchio di caffè e la tazzina che hai disegnato sopra. Racconta quello che mi stai dicendo, quello che lascia quella tazzina. Non occorre altro, lì dentro ci sei tu. Lo sai fare, fai quel che sei tu.


Cristallino. Nina San Paolo sulla via di Damasco.


Abbandonare l'idea di applicare un'arte per qualcos'altro, per qualcun altro, e fare di quell'arte che amavo, il disegno, la mia arte. La mia espressione non solo nella forma, ma anche nel contenuto.

La semplicità di quell'invito fatto proprio a me - cresciuta tra fogli in cui finalizzare ogni segno, mentre quelli miei li lasciavo a bordo pagina, o in un orecchio di foglio scarabocchiato, nel retro del progetto di un prodotto - mi stese. Mi brillò gli occhi. Trovai il mio specchio, a bordo pagina.


Questo blog è nato un anno e mezzo dopo, quando tanti disegni erano stati fatti, e quel monito di Michel Herreria, con la sua maglietta blu elettrico (la stessa di quel giorno, ndr) rimase impresso come un'illuminazione, e non dovevo più ogni tanto andare a ricercarlo. Semplicemente c'era, un sentiero si era creato, un modo di vedere le cose e onorarle.

"Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate."

Tutto questo per dirvi che Nina così è nata, prima il suo senso, e poi il suo nome.
Quella parola sola che allora non si diceva, del nome di quella strada nuova, eterea e lastricata di fiori, che Michel Herreria mi fece vedere, era questa, è Io & Nina. Da qui sono usciti e continuano a uscire arcobaleni.
E quel che Nina racconta è davvero quel che fa bella la sua vita, le sfumature che la abitano, dietro alle quali sta la risposta a tante cose, che pian piano capisce. Ché la verità è la chiave di tutto, e ciò che Francesca cercava l'aveva già in sé.

"Il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa." 





Grazie a voi che avete conosciuto Io & Nina, e ancora la portate fiera e felice fino a qui.


F.


p.s. E domani, per festeggiare Nina (che, come avete imparato oggi, siamo tutti), andate a votare :)!


(Le citazioni appartengono alla penna adorata di Claudio Magris)



8.6.11

Every teardrop is a waterfall



ginzburg coldplay every teardrop ballarini amore


“Un giorno incontriamo la persona giusta. [...] Questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede un'infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli.”



*
(N. Ginzburg)
*

27.5.11

La voce a te dovuta

francesca ballarini illustra Salinas


[I]
Tu vivi sempre nei tuoi atti,
con la punta delle dita
sfiori il mondo, gli strappi
aurore, trionfi, colori,
allegrie: è la tua musica.
La vita è ciò che tu suoni.

Dai tuoi occhi solamente
emana la luce che guida
i tuoi passi. Cammini
fra ciò che vedi. Soltanto. [...]

E mai ti sei sbagliata,
solo una volta, una notte
che t'invaghisti di un'ombra
- l'unica che ti è piaciuta -.
Un'ombra pareva.
E volesti abbracciarla.
Ed ero io.


[IV]
E ancora attendo la tua voce:
giù per i telescopi, da una stella
attraverso specchi e gallerie di anni bisestili
può venire. Non so da dove.
Dal prodigio, sempre.
Perché se tu mi chiami
sarà da un miracolo,
ignoto, senza vederlo.


[VIII]
E improvvisa, inattesa,
fortuita, l'allegria.
Da sola, perché volle, è venuta. [...]
Così dono a sorpresa,
che non posso credere che sia per me.
Mi guardo intorno, cerco.
Di chi sarà? [...]
Ma non importa, ormai.
Sta con me, mi trascina.
Mi sradica dal dubbio.
Sorride, possibile.


[XII]
Non ho bisogno di tempo
per sapere come sei:
conoscersi è luce improvvisa.
Chi ti potrà conoscere là dove taci
o nelle ore in cui tu taci?
Chi ti cerchi nella vita
che stai vivendo, non sa
di te che allusioni,
pretesti in cui ti nascondi. [...] Io no.
Ti ho conosciuto nella tempesta.
Ti ho conosciuto, improvvisa,
in quello squarcio brutale
di tenebra e luce,
dove si rivela il fondo
che sfugge al giorno e alla notte.
Ti ho visto, mi hai visto ed ora [...]
sei così anticamente mia
da tanto tempo ti conosco
che nel tuo amore chiudo gli occhi
e procedo senza errare,
alla cieca, senza chiedere nulla
a quella luce lenta e sicura...


[XX]
I giorni ed i baci
sono in errore:
non hanno termine dove dicono.
Ma per amare dobbiamo
imbarcarci su tutti
i progetti che passano,
senza chiedere nulla,
pieni, pieni di fede
nell'errore
di ieri, di oggi, di domani,
che non può mancare.


[XXI]
Che allegria, vivere
e sentirsi vissuto.
Arrendersi alla grande certezza, oscuramente,
che un altro essere, fuori di me,
molto lontano, mi sta vivendo. [...]
E quando mi parlerà
di un cielo scuro, di un paesaggio bianco,
ricorderò stelle che non ho visto, che lei guardava,
e neve che nevicava nel suo cielo...


[LIX]
Aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare. Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
E finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
Immobile.


[LXX]
Le senti come chiedono realtà
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.
Non possono vivere più così: sono alle soglie
della morte delle ombre, che è il nulla.
Accorri, vieni, con me.
Insieme cercheremo per loro
un colore, una data, un petto, un sole.
Che riposino in te, sii tu la loro carne.
Si placherà la loro enorme ansia errante,
mentre noi le stringiamo avidamente
fra i nostri corpi,
dove potranno trovare nutrimento e riposo.
Si assopiranno infine nel nostro sonno
abbracciato, abbracciante. E così,
quando ci separeremo, nutrendoci
solo di ombre, fra lontananze,
esse
avranno ormai ricordi,
avranno un passato di carne ed ossa,
il tempo vissuto dentro di noi.
E il loro tormentato sonno
di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
alla corporeità mortale e rosa
dove l'amore inventa il suo infinito.


(La voce a te dovuta - P. Salinas)






*

11.4.11

L'Aliseo, l'amore svelato e i vincitori

come vorrei che capissero illustrazione francesca ballarini
"Gli alisei sono venti, regolari in direzione e costanti in intensità. Nella moderna lingua inglese sono chiamati trade winds, cioè venti del commercio, tuttavia l'origine della parola è molto diversa: deriva dalla forma antica tread che significava sentiero, riferendosi appunto al fatto che questi venti soffiano sempre secondo una direzione ben precisa, quasi a tracciare un sentiero o percorso nel mare, che era facile da seguire per le imbarcazioni a vela del tempo." (Wikipedia)
(Ci pensate a lasciare scie nel mare che restano come sentieri sulla terra? È un signor vento l'Aliseo, dico io.)


È passato del tempo dall’inizio della primavera e dalla fine del Contest ninesco, ma dovevo costruire il sentiero per intero, e trovarmi all'incrocio con l’altra lettera che è la giuria.
Trovare il giusto vento, per dirla breve.

Nel mentre infatti ho conosciuto di persona chi più di tutti ha dimostrato che l'amore non è un segreto, perché "l'amore è il vero colore", e l'ha svelato per tutta la vita.
Sono andata da lui, da Marc Chagall (che io chiamo m.c. perché è iniziale di diverse cose belle), l'ultimo giorno possibile, trafelata, a Roma - ché pare quasi che ci piacciano i burroni e i limiti a noi (ma anche no).

Per la prima volta l'ho visto dal vero, e pure tanto. Ho lucidato gli occhi, non volevo mai uscire, giravo da sola avanti e indietro, da capo e dalla fine, come un gatto inquieto di acchiappar tutto. Era come incontrare indirettamente un amico conosciuto mezzo secolo prima, di trovarselo ora di fronte, oltre una porta invisibile in cui passavano le sue emozioni nel tempo sin arrivare a me, dopo tutto questo tempo.
Ho ritrovato per intero quell'amore che da sempre mi segue e mi traduce, e che mi stupì già da bambina, attraverso asini e capre e bouquet, senza tanto spiegarmi perché, quando il Violinista Verde sotto forma di libro-fiaba mi fu regalato.

Io coloro poco, e tendo al blu di Chagall con gli occhi e tutto il cuore. È un blu che ti trascina a volare sopra il cielo o dentro l'acqua.

Dice che navigò così tanto in mare che pensò di essere una barca. Dice che non ci sono regole, che è solo la chimie che conta, ciò che è nell'atmosfera: "È ciò che possediamo la nostra realtà, e non ciò che vediamo".
È così.

*

Allora ecco, lungo questa scia-sentiero, da tutta la realtà che avete dolcemente posato qui, tra le braccia di Nina, come un mazzo di fiori, noi (perché eravamo due) abbiamo letto e riletto, sentito, ritrovato, riconosciuto.
Una volta era un picco al cuore, una volta era un grazie, una volta era a questo non ho mai pensato, a volte era il genio, a volte era un dolce carezza materna, a volte un vero e proprio specchio.
È stato come davvero balzare da un ritratto all'altro. E che le cartonine, disegni cari, abbiano fatto da foglia di ninfea su cui saltellare, io ne sono felice, e lo farei all'infinito (lo rifaremo insomma!).

Vi invito a leggere ogni storia, se non l'avete già fatto.

Insomma è stato difficile, e si j'avais pu, direbbe m.c., avrei premiato ognuno, perché l'espressione va premiata, fatta vedere, festeggiata, sempre.


Per cui noi vi festeggiamo tutti, ma i premi cartonineschi e onorifici vanno a due di voi!


La giuria ninesca decreta dunque i vincitori:


1- Silvia di Quel che non strangola ingrassa con "Questa specie di amore"

Per il presente e per il davvero. Silvia ha visto nella realtà ciò che è reale nelle cartonine, lo ha ritrovato, lo ha tradotto dall'attorno-a-sè, nelle sue memorie e nel suo cammino. Che è quello che Nina vuole fare, il motivo per cui esiste, come leggerci dentro "l’effetto della propria causa". Traduzioni condivise.
Il bello di tutto questo non so come chiamarlo, è sempre difficile per me definire in modo preciso ciò che mi riguarda: ma è proprio in quegli sguardi, reali, che io vedo il mio desiderio, e il cerchio gigantesco si chiude.
E arrivare alla fine del post di Silvia e ritrovarmi specchiata attraverso la sirena con lei, ha fatto correre l'Aliseo. Nella leggerezza di ogni parallelismo, naturale come un sesto senso, "dicendo quanto sia bello ritrovarmici ogni volta riflessa...". 
È il segreto che non è più segreto, ma, anzi, è visibile e in un'altra lingua.


2- Tri mamma di Mamma è in pausa caffè  con "Ombrelli"

Per quella sensazione semplice, reale, presente tutt'ora nella sua memoria, come se stesse avvenendo adesso. Pare che quegli ombrelli te li ritrovi attorno, mentre leggi.
È stato un brivido fresco. Con uno stupore innocente, mi ha detto "ma come, non lo sai?, perché ci sono ombrelli chiusi in piena estate?"
E la spontaneità del suo ricordo, dove l’ombrello è ancora una volta testimone, ma di un altro ricordo e di un’altra sensazione, diversa da quella per cui l'avevo disegnato, mi ha portato a un lettura aggiunta.
L'Aliseo ha preso un'altra via. E quel simbolo che l'ombrello è, di un mondo che di giorno si esprime in un modo e di notte in un altro, ha portato un arricchimento al disegno, come se si fosse intriso di un'altra possibilità di veduta, semplice, dolcemente netta e ancora una volta reale. Ha aggiunto un'altra vita al disegno, leggera come il vento lungo la riva.


Silvia è stata la traduzione, Tri mamma il pensiero laterale.


Giudicare un’espressione dei cuori non si può mica, perché tutto parla. Allora ci si fa guidare dal vento, al respiro ossigenante che intimamente ci porta.
“Il nostro ideale non dovrebbe essere la bonaccia, che può trasformare il mare in una palude, e nemmeno l’uragano, ma il grande e forte aliseo, pieno d’impeto e di gioia, salubre e vitale: un’eterna e costante boccata d’aria”.  (Harry Martinson, Kap Farväl!)


(Grazie a tutti voi. E, vincitrici, scrivetemi!)



***

[Aggiungo, qualche ora dopo, il pensiero dell'altro. Quello che è Nina con la O,  quello "dalle-mani-belle-e-non-solo", quello che disegna sulla sabbia, che vi ha letto assieme a me, e ora chiude il cerchio del vento]



"Aliseo inizia con A e finisce con O.
Contiene al suo interno:
- Ali, per volare
- Sei, che è il numero dell'amore
- Asilo, che è il posto dove troviamo riparo
- Sole, che è fratello di pioggia
- Sì, perché dire sì significa comunicare
- Sale, ché ce n'è tanto nel mare.
Ce ne sono altri, ma questi bastano per celebrare tutta questa bellezza, vincitrice e non.
Complimenti."





25.3.11

Nina's Dream

A volte si scrivono cose per non scriverne altre.
Non che dici bugie nel mentre, ma sono come passaggi interpolati da un pensiero alla sua evoluzione espressa. In un disegno, nel suo racconto, per me il più delle volte è così.

Sere fa ho ritrovato vecchi amici per una festa di laurea. Soprattutto uno. Uno di quelli che in quell'epoca da liceale, se lo trovi, "ti salva la vita". Non è palese, ma ci si salva, assieme. Uno di quelli che conosci nella sua fibra più profonda, così profonda che ora non si vede più. Uno di quelli che t'ha disegnato un po' l'anima e l'immaginario. Uno di quelli con cui hai le vene così legate che non pensi si finisca lì, a qualche anno dopo la maturità, che il nodo si sciolga sfumando via, e che le strade si trasformino separandosi.

Fatto sta che, per una magia nera inconsapevole, ciò è avvenuto, in silenzio, sottovoce: come quando uno cresce, e adesso che il viso s'è allungato e il punto vita affinato tu non t'eri mica accorta mentre accadeva.
A pensarci non stai bene e non stai palesemente male, perché in realtà non è successo nulla di brutto che portasse alla separazione; semplicemente c'è stata, e adesso non sai più nulla dell'altro, o il poco di superficie.

Eppure, ti dici, lui sa come, quanto e perché il mio corpo e la mia mente sono come sono ora. Anche se non sa come sono ora.
Voglio dire, è assurdo. E l'assurdità, e non il malore, è nel divario del tempo e nel confronto tra i due noi di oggi e i due noi di allora. Ne ho perso l'interpolazione.

È come guardare da lontano un cerbiatto che un tempo hai fatto crescere, senza poterti avvicinare. Se ti avvicini non sai più bene cos'accadrà. Come se quell'epoca d'allora e dell'assieme sia avvenuta, è stata. Hai provato a ripescarla, ma be' è andata. Ed il cambiamento è così profondo e assieme sfuggente, e forse connaturato alle ricerche di ognuno, che non si dice.


Allora lo guardi, nel cerchio di sedie di un bar vicino al mare di fine inverno, con tutti attorno che non sai come si chiamano, e tu di fronte a lui, agli antipodi, fingi nulla, giri il bicchiere di vino freddo, scherzi e muovi il palloncino-di-festa legato alla tua sedia, ma intanto lo guardi.
Lo riconosci in tutto, all'altro estremo di un ponte di anni, come vibra le gambe quando sta seduto, come sempre in procinto di dire è tardi devo andare, sembro nervoso ma non lo sono, le cosce lunghe, quelle che facevano tremare il banco e tu con la manina le fermavi, a placare l'onda che ogni minuto lo scuoteva; le mani che si curvano, con la punta delle dita all'insù come un arco teso, il corpo del ragazzino già alto e grande allora, ma bambino, che ancora se lo porta dentro, che si ingobbisce sulla sedia, che sorride placido a una battuta altrui che non fa ridere ma che accompagna con una risata "buona".
Lo ritrovi, e stai nascosta.

E poi passa tutto il tempo di mezzo, come nulla fosse, ognuno assieme alle persone del proprio presente, fin a quando ci si saluta, nel rito del congedo simile a tutti. E qui lo sguardo finalmente s'incrocia, e resta disegnato nell'aria, sopravvive.
Dura una frazione di più di coscienza, che porta tutti gli anni dentro, in cui lo sento che mi dici stai bene, voglio che tu stia bene, ma non lo diciamo.
E riemerge quella sensazione netta, ancora una volta salvifica, che tu conosca il bene per me.

"Gli occhi non sanno vedere quello che il cuore vede, la mente non può sapere quel che il cuore sa".

Pensiero vitale, che placa la tempesta del tempo. Io dico che è la carezza sul dorso del cerbiatto.


"With half-damp eyes I stared to the room
Where my friends and I spent many an afternoon,
Where we together weathered many a storm,
Laughin' and singin' till the early hours of the morning.

By the old wooden stove where our hats was hung,
Our words were told, our songs were sung,
Where we longed for nothin' and were quite satisfied
Talkin' and a-jokin' about the world outside."

(Bob Dylan's Dream)

****

Perché non mi dimentichi questa poesia, letta oggi 8 Aprile, giorni dopo la pubblicazione e l'ispirazine di questo post: vedi qui, perché è così.

*

4.3.11

Cliff viewing point

Racconto confuso del mio viaggio in Irlanda, come la vista dalla rupe, tempestosa scrosciante. 
Ci passa un gabbiano ogni tanto, mentre tu guardi dal balconcino belvedere, lui vola lento e non ha paura della vertigine.
disegni irlanda viaggio

Ho incontrato le pecore di Chagall. Erano dipinte di rosa e di blu per riconoscersi, davvero.
Colorate a testa in giù inerpicate placide dallo sguardo dolce attento sapiente, sul ciglio della strada, sotto il cespuglio per l'acquazzone, ti guardavano per un po' e poi via, the show must go on.
La pioggia e l'arcobaleno, rapidi ripetuti doppi, squarciavano cielo e bagnavano i capi, per noi la meraviglia, per gli irlandesi il cielo di sempre.
La pioggia in mare, un flusso di coscienza d'acqua, lo vedevi netto, verso giù o verso su, non importa.

La terra sempre bagnata, morbida, to merge in. 
L'acqua nella terra, che sabbia o terra e mare, oceano anzi, erano una cosa sola, e pure io.


C'è un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dove le domande aspettano ancora, e non ho capito perché, eppure heaven knows it's high time.





Cliffs, "dangerous cliffs, extreme caution is necessary", le rocce sul mare, il vento ghiacciato, il cappello dove nascondersi, il braccio a cui appoggiarsi come quello di Bob Dylan su freeweelin'.



Un faro, bianco piccolo basso grassoccio, che perdeva i contorni con la luce del cielo, pure così bianca, e io ci ho riso tanto sotto, perché era il secondo faro che conoscevo dal vero.

Strade infinite, netto confine tra terra e cielo, dove ogni albero era una persona, che tanto lo so che gli alberi tutto sanno, imperturbabili testimoni; e tu così in alto sulla linea dell'orizzonte che non sembrava poi essere così lontano la nuvola che stava sopra.




This year's love had better last
Heaven knows it's high time
And I've been waiting on my own too long
But when you hold me like you do
It feels so right
I start to forget
How my heart gets torn
When that hurt gets thrown
Feeling like you can't go on









Piccoli muretti di pietra, labirinti superabili. Bassi e affrontabili, aperti e accoglienti, seppur barriere. 
Se avessi avuto grandi mani avrei disegnato con i sassi su quella terra infinita, geoglifi nineschi di una nuova era.






Una canzone spesso è passata, che non ascoltavo da tempo, perché anni fa aveva segnato tanto, ma non era legata poi a nulla in fondo, per cui me l'ho ritrovata lì a chiudere un altro punto del cerchio e a ritrovare il senso.

Turning circles when time again
It cuts like a knife oh yeah
If you love me got to know for sure
Cos' it takes something more this time
Than sweet sweet lies
Before I open up my arms and fall
Losing all control
Every dream inside my soul

And when you kiss me
On that midnight street
Sweep me off my feet
Singing ain't this life so sweet?


(Il gabbiano torna dalla rupe e segue il vento. "Che quel gabbiano aspetti, gli porterò il cielo più bello" mi tornava spesso in mente lassù.)


*

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