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4.9.13

Il suo paesaggio

poesia illustrazione francesca ballarini

Beato il mio vicino che dalle sue finestre
coglie con gli occhi i fiori che io curo,
i colori che veglio dal buio della casa.

Io penso a togliere le foglie secche
a dare l’acqua ai vasi appena serve,
devo sempre patire quando un giorno
vedo che sono morti eternamente.

Per lui sono soltanto vivi, solo belli,
non ha bisogno di saperne i nomi
per imparare come amarli meglio.

Beato lui, il vicino,
che chiama il mio balcone il suo paesaggio
e che di fronte a sé tra strada e cielo
vede distintamente il mio destino.


(Beato il mio vicino - Silvia Bre)






24.3.13

Ho i capelli lunghi

primavera illustrazione francesca ballarini







*



21.12.10

Déjà vu

Come uno spiritello birbo di Natale, ho deciso di rubare una piccola storia che mi è stata raccontata, e di farla mia.  (In fondo è già mia, dal momento in cui la dici, è che oggi l'ho "vista" di nuovo). 
Per cui riporto qui il suo déjà per spiegare il mio vu, anche se lui racconterebbe molto meglio, e con me prende la consistenza di sogno.


Déjà
A primavera mi trovavo in Florida. Passeggiando senza meta, entrai in una cattedrale. C'erano tante persone, e cantavano, seguendo il coro gospel che stava sulle scale dell'altare, dalle vesti lunghe e brillanti, forse verdi. Tutti battevano le mani, e le mani, come farfalle, in alto, sprigionavano gioia e forza a far vibrare le fibre di quel luogo. Un luogo celeste in terra, mi pare di percepire. Ero lì in mezzo, tra loro e cantavo pure io, credo. Verso la fine, a tempo di musica, in quel salire potente di voci che strappavano le parole al cielo, ecco cadere una pioggia di foglioline di carta, di tanti colori, in cui ci stava scritta una parola sopra, ognuna diversa, di gioia di pace di auguri.
Due foglioline verdi si erano fermate ai miei piedi. C'era scritto "Love" su entrambe.
Tieni, le ho riportate qui, mi sembrava un bellissimo segno.

Vu
In casa, nell'inverno appena iniziato di quest'anno agli sgoccioli, il mio bonsai sta perdendo foglie, ha caldo, ma fuori sarebbe troppo freddo, e allora emigrerà a breve sul pianerottolo delle scale.
Dovremmo allontanarci l'uno dall'altra, ma si devono prendere anche queste decisioni quando il gioco si fa duro. Ci sarà una porta sola d'altronde a separarci.

Però, prima di sedersi su quella sedia-da-pianerottolo, in cerca della sua dimensione, il mio bonsai ha fatto cadere due foglie, alle mie radici.



E ora, siccome è un déjà vu, anche lui sta cantando.

Io che sarei di te / I nei le vertebre 
ogni riflesso rosso perso tra i capelli
E solo a pensarti lo sento / Che i venti 
la polvere il mondo l’oceano l’idea 
di un amore tremendo / tutto è dentro te 
e come un distacco dal tempo è l’astratto dio 
dell’universo che appare attraverso quel lampo 
di sole / se guardi me / trasloco l’anima


Ma è un pò come se qua l’aria non
fosse che un via vai di tuoi respiri / Si spera anche così 
fiutando pollini / con questa scena in mente di te che arrivi


E solo a pensarti
lo sento / che i venti la polvere il mondo l’oceano l’idea / di un amore
stupendo tutto è dentro te / E come un distacco dal tempo / È
l’astratto dio dell’universo che appare attraverso quel lampo di sole
se guardi me / come l’edera / Che ostacoli non ha 
Così il mio folle amore sale ad abbracciare te.


(Edera - M. Gazzè)








*

30.11.10

La radice della parola radice

nina illustrazioni francesca ballarini
Sono inquieta come un gatto inquieto.
Giro per casa e dimentico per quale motivo, mi metto seduta e non sto ferma, cammino e mi incanto su qualcosa, interrompendo il percorso da-a.

C'è un bonsai sul mio tavolo. È arrivato per regalo, ed è bellissimo, perché ha le cosce e pure un po' di ginocchia come radici, con le quali forma un arco, ma pure una A, e da lì partono le foglie di una chioma verdesmeraldo. Sicuramente ha delle braccia sotto altrettanto forti, e mi fa pensare a Dafne ("figlia del dio fluviale e della Terra") trasformata da Apollo in pianta d'alloro.
Lo guardo e mi ritempra l'animo, e avrei voglia di interrogarlo come un oracolo, a sciogliere questa smania di ora, perché vorrei riavere quelle radici lì, che conosco bene.

Possono le radici partire, gli chiederei?

Mesi fa osannavo le "radici profonde e trasportabili", che sei tu a portare con te.

Il punto è quando sono loro ad allontanarsi. In quel caso - assurdo - come si fa? Ti manca la terra sotto i piedi? No, ti mancano i piedi proprio. Le radici stanno o vengono portate, ma non possono allontanarsi da sole. Eppure accade. A volte pure in treno.

Sarà per questo che sono inquieta come un gatto inquieto. Vorrei dire alle mie radici di tornare, o portarmi con loro la prossima volta, trovo felice pensarmi come una dafne che non fugge più.



*

26.8.10

Quando il tempo è


"Il tempo non è un sacco, magari è un bosco. Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l'albero. Se l'hai vista negli occhi, la ritroverai. Pure se è passato un bosco di tempo." (erri de luca)



A volte mi assento, e lo faccio molto bene. Sto in luogo, sto con le persone, faccio cose, ma in realtà non ci sono, sono altrove. Mi stupisce ogni volta la discrepanza del qui ed ora, e riuscire relativamente bene a seguire entrambe le presenze/assenze. Mi chiedo pure se è normale, ma tant'è.


Altrettanto e ancor più mi stupisce esserci.
In certe ore succede di sentire ogni particella presente, i sensi all'unisono, e che del tempo non mi frega più di tanto, che sia poco o molto, semplicemente quel tempo è.

Ed è così tanto, troppo, che se ci pensi dopo ti chiedi se è avvenuto davvero, se l'hai attraversato realmente, con le gambe, e le braccia, e la fronte, e le ciglia; e intanto il volume del suono di quel tempo aumenta, e non distingui più cosa hai visto e ti chiedi come lo ritroverai, se ritornerà.

Quando poi però lo rincontri lo riconosci sempre, perché l'hai visto negli occhi, e ne hai accarezzato i rami.
Lo riconosci nel passato, lo conosci e lo speri, perché quel bosco lì è il tuo, e senti quelle radici far parte di te, da prima di voi.


La paura è sempre una, di cadere sotto al crollo della delicatezza di quel tempo chiamandola illusione, e io sono stanca di quei giochi della mente, che ti dice che i boschi che hanno un volto non esistono.





24.8.10

Gli sguardi sopravvivono




Ho spesso immaginato che gli sguardi
sopravvivano all'atto del vedere
come fossero aste,
tragitti misurati, lance
in una battaglia.
Allora penso che dentro una stanza
appena abbandonata
simili tratti debbano restare
qualche tempo sospesi ed incrociati
nell'equilibrio del loro disegno
intatti e sovrapposti come i legni
dello shangai.


(V. Magrelli)


Aggrappata a quelli aspetto il sonno, e tiro fuori dalla tasca le parole appena dette, sotto lo stesso tiglio, sulla stessa panchina, ma d'estate.
Gli alberi se le tengono ancora strette le foglie, ché ingannevoli nascondono paia e paia di orecchi legnosi, e i tragitti dei loro sguardi sono rami, e i fruscii delle fronde sospiri di approvazione, oppure diniego.

Hanno ascoltato tutto loro, loro sanno tutto.


7.6.10

Qualche notte fa



poi mi sono svegliata e ho pensato che c'era mare ovunque in me,
con me.

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia, ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle, non di rematori, ma di sfrenate fantasie. (F.Pessoa)





24.5.10

Bulbe à fleurs



Ho scoperto - vivaddio, era pure ora - che amo questa storia dei bulbi.
Che le compri a peso o a numero tutte 'ste pallottole terrose, che sembrano piccole grandi giganti cipolle.
È successo ad Herbaria, Abbadia di Fiastra, proprio ieri - mentre cercavo un pensiero da portare a casa. Tra tè, saponette, mieli, abiti biodinamici, spezie esotiche, oli essenziali, cappelli di paglia su misura, scarpe fai-da-te, bachi da seta (sì, pure i bachi), Nina invece, Nina dico, alla fine sceglie le pallottole di terra, che magari le trovi pure in qualsiasi vivaio che si rispetti, ma quella miriade di generi e di colori immaginati, a lei cha ama inventari d'ogni tipo, l'ha lasciata senza parole.
E ha cominciato, suo solito, a pensarci su.

Ho portato un sacco di bulbi a mia madre, letteralmente, dentro un sacchetto di plastica, perché il punto è che non serviva altro.
Perché i bulbi - mi son detta - son l'incarnazione botanica dell'attesa. Saggia, paziente.

Come dice Etty Hillesum nel suo Diario (grazie a.o., grazie papavero),
"(...) io so bene che l'assoluto non esiste, che ogni cosa è relativa e infinitamente sfumata e in perpetuo movimento, e proprio per questo così interessante e seducente ma anche così dolorosa."

Non ho detto quali fiori nasceranno, solo come piantarli e quando spunteranno a colorare l'orto sotto casa. Ora sono solo cipolle sporche di terra.

Cipolle sporche di terra. Facci arrivare la pioggia. Dagli tempo. Curale.





C'è del genio
nella proporzione aurea delle piante che crescono,
e dei pensieri che si evolvono.


26.4.10

Nina To Do



Ho la levità del sole appena uscito, che forse rimane, e della pelle che si rifà la punta con quel sole, e della maglietta a costine color corallo che avrà l'età della mia adolescenza, ma ogni volta che la rimetto grida primavera. Fermo allora quel che farò in settimana, mentre l'anno saltella sul fiume tra ninfea aprile e ninfea maggio.


1. Nina per la prima volta al mare, ché se riesce prende al lazo il sole, lo ferma sotto un sassolino sulla spiaggia e lo fa restare più a lungo possibile.

2. Nina sorride ai fogli disegnati da te, ci sono le tue dita che hanno sfumato grafite, e li colora.

3. Nina attende ritorno come un bambino.

4. Nina evolve col giuramento delle conchiglie.

5. Nina dà ordine alle ultime fotografie, di spaghetti, di campi di granoverde, e mani.

6. Nina compra una tela, sicura nipote della sua carta amata. Ma lei pesa, ed è ora di conoscersi.

7. Nina porta un fiore - possibilmente lilla - a nonna Bianca.

8. Nina si siede sul giardino dalla seggiolina di legno, lo fotografa lo odora e lo disegna.

9. Nina vede la sua amica, la sera quando è tramonto, sugli scalini di pietra dove ci sono gli archi che proteggono e vede con lei virare il colore del cielo.

10. Nina pesa il respiro e lascia la terra a terra.



Non si vede o non si crede, ma è un da farsi importante questo, ché poi da qui scaturisce tutto il resto, lo spirito che serve, il lazo per far restare il sole.





"Amare è l'impegno

più grosso - come un gelso secolare,
più alto - come tetto di luce di quel faro lontano,
più vasto - come un girotondo giramondo,
più rischioso - come il primo respiro,
più estatico - come aurora, come alba, come tramonto, come fusione di luce e buio."




(Papavero per me)

25.3.10

R-ami?



Prima ci sono le Ra-dici, quando è inverno.
Poi ci sono i R-ami. R-ami parlanti il più delle volte, soprattutto quando tutti i sensi son pronti a recepire. E quel nodo sul tronco fa dell'albero un Polifemo amico.

Ieri era un pomeriggio blue, ogni tratto parola attesa andava di traverso, lo spirito di conseguenza. Ho guardato il mento in alto che cercava cielo pure lui in quel disegno post-it, e me ne sono uscita, con Aprile, la mia nuova macchina fotografica, in onore della primavera che s'aspetta, e della Dottoressa chiamata Aprile (che, tra l'altro, conosce l'inverno).






L'amato gelso lassù come una vedetta mi aspetta ogni volta che di respiri tocca farne di più, e gli alberelli e i fuscelli - quei r-ami che devo tenerti su - vengono a mancare. Allora ne vai in cerca.

E quando sali la curva della collina sopra casa, è bello ritrovarli, in un'attesa che non è attesa, è presenza, mentre le stagioni passano e loro lì a vestirsi di nuovo e a metter via gli abiti vecchi; ché anche loro non capiscono, li mettiamo su questi fiori o no?

Perché era un pomeriggio autunnale, sembrava avesse da poco piovuto, ma era solo rugiada tardiva.


R-ami rametti r-amati che si protendono, li vedi pure abbracciarti se vuoi, o spostare la punta al cielo anche loro a cercare il sole.
Potresti disegnare con ognuno di loro, una goccia d'inchiostro rosa e sono loro a disegnare te.



Dietro la rete c'erano gli ulivi quasi verdi, argentati e un po' blue anche loro, e lui il mio gelso-Moro, visto da più lontano, che si scapicollava i rami frondosi come il fermoimmagine di una chioma che balla frenetica.



Più avanti poi li trovavi certi r-ami con i fiori. Sembravano chicchi di riso per terra, erano rami appena sposati.

Piccoli petali che cadevano giù piano, come pioggia, e allora anche lì sembravano tante stagioni insieme. R-ami, piovete fiori!, sulla mia mano, come la sua mano.






Vicino al mare, d'autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,

e in primavera, amore,

voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.



(P. Neruda)




10.10.09

Controvento


Disse il basilico, mentre la mano strappava foglioline per farlo pesto.
Quasi a dire, se sono qui per questo scopo io non so, ma il mio diniego io non saprei
come spiegarlo, io le parole non le ho.



Oggi piove. Oggi sì che è autunno.
Aria uggiosa, in cui solitamente Nina è ben portata a scrivere e a farne un'altra delle sue.

Il punto è che contanti pensieri faccio fatica a ordinarli, ci giro attorno da tutta la notte insonne, come un cucchiaio di legno in un pentolone (e anche lì, lo voglia o no, foglie di basilico).


Mi lascio fare non sapendo controbattere precisa, come una piantina di basilico a cui vengono strappate sensazioni che non ama. Ce l'ho in mente che non mi va bene, ma non ho le parole per rispondere a questo, che domanda non è.


Ieri sera ho fatto avanti verso il mare riempiendomi di energia, e, da programma, ne son ripartita, controvento, per tornare a casa.
Ma una volta lì ho scoperto che casa non era casa, e allora sono ritornata verso il mare, come se là ci fosse qualcuno ad aspettarmi sul serio.
Mi son fermata vicino a una barchetta nera solitaria, adocchiata ore prima, arenata sulla riva.

E ho aspettato.

Cosa non so, perché ogni volta che aspetto, che mi lascio andare, la risposta non arriva, ammesso che la domanda stessa sia arrivata.


Mi sentivo come quella barca nera lucida nella notte, che stava lì di fronte al mare, come a chiedere a lui qualcosa.


Ma il mare non risponde, non ha le parole lui, lui ha le onde, lui ritma il tempo, porta e porta via, copre e scopre, ma non risponde mica.


Per cui stavamo lì vicini,
e lui (senza dire) chiedeva
ma che stai a fare qui?
e io (senza dire)
me lo dici tu?

...

(onda)
(onda )
sshhhhh
shhhhhhhhh

....


Allora ho disegnato, ho scritto, e me ne son andata, con delle piccole conchiglie nella saccoccia.



E' capire dove fermarsi, dove le briglie che ti legano sono fatte di fiori, e non di cuoio che ti ferisce al minimo movimento discorde, e Nina è un attimo che se le tira via dal collo e torna verso il mare.
E' dove le foglioline te le togli da sola felice, e dove quelle briglie siano visibili.


Qual è il mio vento.





15.3.09

Where the real starts



"La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, 
cadde insieme con la ruina d’esso albero 
e fu per la trista compagnia 
a mancare insieme con quello".




Così raccontava in una delle sue brevi favole Leonardo Da Vinci, di cui 4 anni fa pubblicai, audace, la mia tesi d'illustrazione nella quale rivedevo e reinterpretavo ciò che lui scriveva e a tratti disegnava.

Questo era uno dei suoi - neri, nerissimi! - racconti che più mi aveva colpito e che facilmente avevo disegnato. Ne avevo estrapolato veloce il concetto, che era arrivato subito alle dita e alla penna a china, invece di fermarsi prima un po' in testa a frullare parallelismi e immagini correlate.
Insomma mi aveva stupito, e aveva aderito alla mia interpretazione di significato significante segno sogno in un battibaleno.


Fatto sta che, dopo 4 anni appunto, passeggiavo ieri pomeriggio nei pressi di un antico eremo e del magico bosco che lo preannuncia. 

Fotografando qua e là i meravigliosi alberi che come personaggi in una prosopopea mi accompagnavano nella passeggiata, mi sono imbattuta in loro.




Mi sono allora ritrovata a sorridere da sola (anzi no, di sicuro assieme a me sghignazzavano le gemme e le foglioline e i rametti del bosco vivo), di un sorriso speciale che vibrava che spostava come un vento le fronde di quegli alberi uniti. 

Era come se un mio disegno avesse preso forma a mia insaputa, e chissà da quanto tempo stava lì ad aspettarmi. 


Il più delle volte sono io che riporto su carta - su qualsiasi carta abbia sotto mano - ciò che vivo, ricordo, che i miei occhi fermano.

Ma quando, in quei magici casi, è il mio disegno che prende forma nella realtà e lo ritrovo di fronte ai miei occhi, tridimensionale, vecchio, segnato dal tempo senza lembi stropicciati attorno né chiuso in un taccuino,  questo fenomeno sviluppa in me un'energia dentro che mi fa dire non voglio fare altro nella mia vita che questo. 


Disegnare, come dire, disegnare la mia realtà. O il mio sogno. 

Sì insomma, dipende dai punti di vista.







20.1.09

Come un albero



Uffffffffff fa il vento, o l'invisibile persona seduta sulla panchina?


Il mio gelso, il mio moro è spoglio. E per questo lassù sulla piccola cima-quasi-tempestosa, ne puoi contare i rami, gli affluenti, i discorsi che partono e si triplicano decuplicano per poi dimenticarsi come son arrivati fin lì.

E' tenero, è nudo, è inverno. Si staglia contro il cielo, anzi con il cielo. 

E non lo posso che amare perché mi accompagna sempre, in tutte le mie stagioni, e sta lì a cullarmi l'animo quando parto per la mia passeggiata ventosa, io & me, me & io.





I rami mi parlano dall'alto, dalla strada e dalla loro ombra. 
Sono il mio specchio, con quell'ultima foglia attaccata, l'ultima parola non detta, un pensiero trattenuto. 
"Perché no, me lo tengo, no, non lo lascio cadere, e se poi si si fa male? e se poi resto senza?"

Dai albero, lasciala cadere quella parola, la raccoglierò io per te, la serberò cara nella mia mano, like a love restrained
Io, io ti capisco!






13.1.09

Distillando fiori



Come spremere un iris, per far uscire di nuovo e ancora, fin all'ultima goccia, quella poesia che portava con sé quando ti venne donato.


Queste notti dormo poco, faccio fatica ad addormentarmi, penso penso penso, e cerco in giro l'interruttore per spegnerli questi pensieri. 
Un'insonnia dovuta forse al libro  che sto leggendo e spero di non finire, che mi dice la sua di verità, così chiara, così palese, che ami per questo.


Chiudo il libro e lo appoggio sul comodino (sperando ogni volta di addormentarmi poco dopo, ma non sarà così), e mi dico come sarebbe bello incontrarsi, guardarsi negli occhi, e dirsi la verità, come stanno le cose, senza retorica, senza parole che restano sospese, non dette. 


Sarebbe più facile. 
O sarebbe, più di tutti, infine, un finalmente.



"(...) Ma senza che gli altri ne sappiano niente
dimmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l'amore per amore
o per avercelo garantito,
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai".



(Verranno a chiederti del nostro amore - F. De André)


30.9.08

Un albero


senza dita. 

7.9.08

Rose e ricordi


Che milioni di rose non profumano mica
se non sono i tuoi fiori a fiorire,
se i tuoi occhi non mi fanno più dormire.

(Un guanto, F. De Gregori)

4.8.08

C'è del genio






Quando parlavo di ombre riflesse e di fiori e vasi alle finestre non scherzavo.
Potrei farne un enciclopedia botanicarchitetturale (?).

Colori al davanzale capaci di allungarsi dilatarsi stiracchiarsi fin al pavimento della strada triplicando la propria grandezza e piatta parvenza. Le ombre riescono a dare una vita speciale a ogni forma, il quid che mi salta all'occhio; soprattutto su quelle piantine appese appoggiate sospese invadenti rampicanti gemme fuscelli secchi foglie bucate foglie mangiate.

Dico sempre che in un'altra vita avrei fatto botanica, la più esperta al mondo nel settore.
Questo, mi dico, mi avrebbe costretto in un solo posto a veder come crescono le piante, a osservare, osservare e osservare. La proporzione aurea che seguono nel loro evolversi. 
Per quello che faccio invece dovrei muovermi sempre, mai esser sazia di un luogo solo della stessa aria della stessa prospettiva; però mettere radici e studiarne la fisicità stessa della loro capacità di "attaccamento alla terra" avrebbe ispirato in me una poesia forse anche più profonda; o vabè diversamente profonda. Per una vita parallela ecco.


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