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26.1.15

La strada

francesca ballarini illustrazione bianca tarozzi


Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?
 
Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.

Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse, poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.



(Bianca Tarozzi, da "Prima e dopo") 





4.10.11

La stazione


Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
È scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

È avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.


(Wislawa Szymborska)






1.8.11

Due volte mani

rimani ho visto nina volare de andrè francesca ballarini

Se dovessi scegliere una parola che come una calamita faccia virare l'ago magnetico di una bussola, che può essere il destino o il fluire delle cose, sarebbe questa, ed è fatta di due volte mani: una mano che si ripete che però non è la stessa, perché la dice uno a un altro, e comprende e desidera un'unità, e muove l'aria per cambiar corso, e sposta il vento per il cuore che comanda, e si fonde assieme. E allora la parola stessa non è sola, perché nel due ha origine e movimento.

Una mano che tiene e una che resta: ri-mani.


"Rimani."




*


11.6.11

Nina è 3

È una lunga storia questa, per un sabato quasi estivo. 
Mettetevi comodi, scegliete una tazzina, che oggi è un po' la protagonista. Fingete di essere in vacanza lì dentro, una piccola gitarella fuori porta; versate del tè, della limonata, delle bollicine, nuotate e ascoltate.

Oggi Nina compie tre anni: 1 anno per le radici, 2 anni per il fusto, 3 anni per i rami, ha deciso.

E quando i rami si tendono sul fiume, lì nascono foglie, e queste foglie si guardano indietro e raccontano al cigno che nuota per quelle acque gli anni passati a crescere.

Il primo anno mi avete portato fiori, il secondo anno vi ho portato conchiglie. Mentre i primi continuano a crescere e le seconde ad arrivare a riva, questo terzo anno è per un racconto, o meglio una prefazione, a tutto ciò che avete letto e sentito fino ad ora.

"La prefazione è una specie di valigia, un nécessaire, e quest'ultimo fa parte del viaggio: alla partenza, quando ci si mette dentro le poche cose prevedibilmente indispensabili, dimenticando sempre qualcosa d'essenziale; durante il cammino, quando si raccoglie ciò che si vuole portare a casa; al ritorno, quando si apre il bagaglio e non si trovano le cose che erano sembrate più importanti, mentre saltano fuori oggetti che non ci si ricorda di aver messo dentro. Così accade con la scrittura; qualcosa che, mentre si viaggiava e si viveva, pareva fondamentale è svanito, sulla carta non c'è più, mentre prende imperiosamente forma e si impone come essenziale qualcosa che nella vita - nel viaggio della vita - avevamo appena notato."

Questo qualcosa è una tazzina di caffè.


Nina non è il mio nome, e non lo è stato fino a 3 anni fa. È nato poco prima di questo blog, e ora direi che è nato per.
Mi ha chiamato Nina per scherzo, come si dice oh, Nina, oh Nino, oh Nì! per semplicemente chiamare, chiamarti senza appellarti, farsi accorgere. Come il paradigma di nome, un non-nome, un appellativo che può valere per ognuno. E poi assomigliava a un disegno, ché se lo scrivo corsivo sembrano onde. Allora quando capita che ci si ritrovi nei disegni di Nina, ché Nina "non disegna solo per sé ma per tutti",  ecco che combacia col nome che s'è scelta, col suo destino. Nomen omen.


Francesca, che vuol dire libera, è un altro nomen omen, e non solo per l'etimologia.

Anni fa Francesca aveva preso un'altra strada, dopo esser uscita dalla sua speciale università, piena di quell'arte applicata che ti mette tanto nelle mani, poi devi scegliere tu cosa farne.
Prima che potesse pensarci sul serio, si era ritrovata a pochi giorni dalla laurea a lavorare in un'azienda di giocattoli, di quelle grandi con gli uffici openspace, con winnitehepooh, topolini e fatine, a disegnare quel che le dicevano. Erano briglie sperimentali, ma non troppo. Erano in anticipo, e lei lo sapeva.

Una borsa di lavoro in Francia venne a rapirla, lei che tanto la sognava, lei che tanto voleva viverla ma senza ancora sapere come.
Si trattava di lasciar tutto e volare a Bordeaux, a cercare quel che non aveva avuto tempo di cercare, e magari col rischio pure di non trovare.

Fosse stata più grande e più irretita dalla contingenza, chissà, forse sarebbe rimasta. Invece se ne partì, fece fagotto e prese la strada più incerta, si sciolse le briglie di dosso e seguì una luce di crepuscolo che poteva promettere di più, o semplicemente svelarle chi era.

"Anche una passeggiata sfugge al controllo preciso d'un disegno e di una volontà, perché non si può sapere se e cosa, al primo incrocio, farà deviare dal percorso previsto. Tutte le cose fondamentali - l'amore, la felicità, la sofferenza - accadono per caso o per grazia, quando si lasciano cadere le briglie e ci si lascia portare dalla vita come un bastone nelle mani d'un viandante."

Passarano quei mesi di vita francese e passarono in un modo intenso e riflessivo.
Ricordo che mi guardavo intorno e cercavo specchi. Disegnavo quel che volevo disegnare seduta nella galleria di arte in cui lavoravo, o in un'ipotetica Place Clichy, oppure dentro il bus numero 9, e intanto riprendevo il mio tempo.


Quando cerchi la tua strada la puoi pure trovare tra le aiuole silenziose di un jardin botanique, sulle righe che lasci sull'asfalto con le ruote della bicicletta che perennemente perdeva grasso - e io lì a rovesciarla e rimetter la catena, a notte fonda. Serve pure quello.

Lì in Francia trovai la strada per un altrettanto caso. Una via un po' eterea, lastricata di fiori, non definibile in una parola sola, o almeno non allora quando la ascoltai, perché mai l'avevo saputa vedere prima.

Alla galleria d'arte insegnavo ai bambini piccini a pitturare e a scarabocchiare - che quello mi viene bene. La madre di uno di loro, forse incuriosita da quella ragazzetta italiana che aveva qualcosa di ancora non vissuto da raccontare e che tanto disegnava silenziosa, mi invitò per un caffè, «ché magari mio marito può darti dei consigli, lui è insegnante all'Accademia».
Forse avevo perso l'informazione nella traduzione, ma di lì a poco avrei scoperto che suo marito era anche e soprattutto un celebre artista, un disegnatore sperimentatore, di cui, tra l'altro, proprio la sera prima avevo assistito a un mirabolante happening di disegno e musica.

Per questo insieme di casi e sliding doors, insomma, mi trovavo ora a un Cafè della Bordeaux antica, seduta a un tavolino tondo, assieme alla donna gentile e a suo marito Michel, dalle sopracciglia nere scurissime, serio di un'espressione severa, ma in realtà dolce perché perennemente altrove, con dentro un potere impassibile da oracolo, tipo quelli della Storia Infinita che ti vedono dentro.

Mi guardava negli occhi e mi chiedeva cosa volessi fare, così, come a dire ehi, ciao. Cos'è che cercavo nell'arte, nel mondo, perché ero arrivata fin lì?

Avevo il mio taccuino sotto, come se fossi a una lezione e dovessi prendere importanti appunti. Avevo sete di conoscere e di sapere, avevo l'amo pronto per cogliere non sapevo cosa.

Risposi «L'illustratrice», senza esserne davvero sicura, mi annoiava in realtà dire una parola che dicevan tutti, e sapere che non sapevo ancora farla come volevo.

Michel mi prese il taccuino da sotto gli occhi, e vide disegnata a bordo pagina la tazzina di caffè appena bevuta, con il fondo di una goccia che avevo pressato come un cerchio sulla carta. Il mio sovappensiero.

La guardò, e disse che io ce l'avevo la risposta, ma non era quella che dicevo. Quella tazzina parlava per me.

Perché illustrare, perché disegnare parole di altri? Fermati prima.
Racconta la tua storia. Racconta di te, come fa quel cerchio di caffè e la tazzina che hai disegnato sopra. Racconta quello che mi stai dicendo, quello che lascia quella tazzina. Non occorre altro, lì dentro ci sei tu. Lo sai fare, fai quel che sei tu.


Cristallino. Nina San Paolo sulla via di Damasco.


Abbandonare l'idea di applicare un'arte per qualcos'altro, per qualcun altro, e fare di quell'arte che amavo, il disegno, la mia arte. La mia espressione non solo nella forma, ma anche nel contenuto.

La semplicità di quell'invito fatto proprio a me - cresciuta tra fogli in cui finalizzare ogni segno, mentre quelli miei li lasciavo a bordo pagina, o in un orecchio di foglio scarabocchiato, nel retro del progetto di un prodotto - mi stese. Mi brillò gli occhi. Trovai il mio specchio, a bordo pagina.


Questo blog è nato un anno e mezzo dopo, quando tanti disegni erano stati fatti, e quel monito di Michel Herreria, con la sua maglietta blu elettrico (la stessa di quel giorno, ndr) rimase impresso come un'illuminazione, e non dovevo più ogni tanto andare a ricercarlo. Semplicemente c'era, un sentiero si era creato, un modo di vedere le cose e onorarle.

"Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate."

Tutto questo per dirvi che Nina così è nata, prima il suo senso, e poi il suo nome.
Quella parola sola che allora non si diceva, del nome di quella strada nuova, eterea e lastricata di fiori, che Michel Herreria mi fece vedere, era questa, è Io & Nina. Da qui sono usciti e continuano a uscire arcobaleni.
E quel che Nina racconta è davvero quel che fa bella la sua vita, le sfumature che la abitano, dietro alle quali sta la risposta a tante cose, che pian piano capisce. Ché la verità è la chiave di tutto, e ciò che Francesca cercava l'aveva già in sé.

"Il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa." 





Grazie a voi che avete conosciuto Io & Nina, e ancora la portate fiera e felice fino a qui.


F.


p.s. E domani, per festeggiare Nina (che, come avete imparato oggi, siamo tutti), andate a votare :)!


(Le citazioni appartengono alla penna adorata di Claudio Magris)



4.3.11

Cliff viewing point

Racconto confuso del mio viaggio in Irlanda, come la vista dalla rupe, tempestosa scrosciante. 
Ci passa un gabbiano ogni tanto, mentre tu guardi dal balconcino belvedere, lui vola lento e non ha paura della vertigine.
disegni irlanda viaggio

Ho incontrato le pecore di Chagall. Erano dipinte di rosa e di blu per riconoscersi, davvero.
Colorate a testa in giù inerpicate placide dallo sguardo dolce attento sapiente, sul ciglio della strada, sotto il cespuglio per l'acquazzone, ti guardavano per un po' e poi via, the show must go on.
La pioggia e l'arcobaleno, rapidi ripetuti doppi, squarciavano cielo e bagnavano i capi, per noi la meraviglia, per gli irlandesi il cielo di sempre.
La pioggia in mare, un flusso di coscienza d'acqua, lo vedevi netto, verso giù o verso su, non importa.

La terra sempre bagnata, morbida, to merge in. 
L'acqua nella terra, che sabbia o terra e mare, oceano anzi, erano una cosa sola, e pure io.


C'è un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dove le domande aspettano ancora, e non ho capito perché, eppure heaven knows it's high time.





Cliffs, "dangerous cliffs, extreme caution is necessary", le rocce sul mare, il vento ghiacciato, il cappello dove nascondersi, il braccio a cui appoggiarsi come quello di Bob Dylan su freeweelin'.



Un faro, bianco piccolo basso grassoccio, che perdeva i contorni con la luce del cielo, pure così bianca, e io ci ho riso tanto sotto, perché era il secondo faro che conoscevo dal vero.

Strade infinite, netto confine tra terra e cielo, dove ogni albero era una persona, che tanto lo so che gli alberi tutto sanno, imperturbabili testimoni; e tu così in alto sulla linea dell'orizzonte che non sembrava poi essere così lontano la nuvola che stava sopra.




This year's love had better last
Heaven knows it's high time
And I've been waiting on my own too long
But when you hold me like you do
It feels so right
I start to forget
How my heart gets torn
When that hurt gets thrown
Feeling like you can't go on









Piccoli muretti di pietra, labirinti superabili. Bassi e affrontabili, aperti e accoglienti, seppur barriere. 
Se avessi avuto grandi mani avrei disegnato con i sassi su quella terra infinita, geoglifi nineschi di una nuova era.






Una canzone spesso è passata, che non ascoltavo da tempo, perché anni fa aveva segnato tanto, ma non era legata poi a nulla in fondo, per cui me l'ho ritrovata lì a chiudere un altro punto del cerchio e a ritrovare il senso.

Turning circles when time again
It cuts like a knife oh yeah
If you love me got to know for sure
Cos' it takes something more this time
Than sweet sweet lies
Before I open up my arms and fall
Losing all control
Every dream inside my soul

And when you kiss me
On that midnight street
Sweep me off my feet
Singing ain't this life so sweet?


(Il gabbiano torna dalla rupe e segue il vento. "Che quel gabbiano aspetti, gli porterò il cielo più bello" mi tornava spesso in mente lassù.)


*

28.2.11

Irish Nina

disegno sabbia irlanda amore

Nina è in Irlanda, ora. A Keel Beach a dirla tutta, in Achill Island.
Forse qualche onda l'ha portata già via, ma la sabbia sotto lo sa, e pure l'oceano.


*

21.2.11

Nostalgia del presente

disegni nostalgia presente borges
In quel preciso momento l'uomo disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividerlo adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.

In quel preciso momento
l'uomo le stava accanto in Islanda.






(J.L.Borges)


Torno presto, forse.



21.12.10

Déjà vu

Come uno spiritello birbo di Natale, ho deciso di rubare una piccola storia che mi è stata raccontata, e di farla mia.  (In fondo è già mia, dal momento in cui la dici, è che oggi l'ho "vista" di nuovo). 
Per cui riporto qui il suo déjà per spiegare il mio vu, anche se lui racconterebbe molto meglio, e con me prende la consistenza di sogno.


Déjà
A primavera mi trovavo in Florida. Passeggiando senza meta, entrai in una cattedrale. C'erano tante persone, e cantavano, seguendo il coro gospel che stava sulle scale dell'altare, dalle vesti lunghe e brillanti, forse verdi. Tutti battevano le mani, e le mani, come farfalle, in alto, sprigionavano gioia e forza a far vibrare le fibre di quel luogo. Un luogo celeste in terra, mi pare di percepire. Ero lì in mezzo, tra loro e cantavo pure io, credo. Verso la fine, a tempo di musica, in quel salire potente di voci che strappavano le parole al cielo, ecco cadere una pioggia di foglioline di carta, di tanti colori, in cui ci stava scritta una parola sopra, ognuna diversa, di gioia di pace di auguri.
Due foglioline verdi si erano fermate ai miei piedi. C'era scritto "Love" su entrambe.
Tieni, le ho riportate qui, mi sembrava un bellissimo segno.

Vu
In casa, nell'inverno appena iniziato di quest'anno agli sgoccioli, il mio bonsai sta perdendo foglie, ha caldo, ma fuori sarebbe troppo freddo, e allora emigrerà a breve sul pianerottolo delle scale.
Dovremmo allontanarci l'uno dall'altra, ma si devono prendere anche queste decisioni quando il gioco si fa duro. Ci sarà una porta sola d'altronde a separarci.

Però, prima di sedersi su quella sedia-da-pianerottolo, in cerca della sua dimensione, il mio bonsai ha fatto cadere due foglie, alle mie radici.



E ora, siccome è un déjà vu, anche lui sta cantando.

Io che sarei di te / I nei le vertebre 
ogni riflesso rosso perso tra i capelli
E solo a pensarti lo sento / Che i venti 
la polvere il mondo l’oceano l’idea 
di un amore tremendo / tutto è dentro te 
e come un distacco dal tempo è l’astratto dio 
dell’universo che appare attraverso quel lampo 
di sole / se guardi me / trasloco l’anima


Ma è un pò come se qua l’aria non
fosse che un via vai di tuoi respiri / Si spera anche così 
fiutando pollini / con questa scena in mente di te che arrivi


E solo a pensarti
lo sento / che i venti la polvere il mondo l’oceano l’idea / di un amore
stupendo tutto è dentro te / E come un distacco dal tempo / È
l’astratto dio dell’universo che appare attraverso quel lampo di sole
se guardi me / come l’edera / Che ostacoli non ha 
Così il mio folle amore sale ad abbracciare te.


(Edera - M. Gazzè)








*

16.7.10

Non andartene, amore, senza avvertirmi.



Non andartene, amore, senza avvertirmi.
Ho vegliato tutta la notte e ora i miei occhi
sono pesanti di sonno.
Ho paura di perderti mentre dormo.
Non andartene, amore, senza avvertirmi.

Mi sveglio e stendo le mani per toccarti. Ti sento e
mi domando: "È un sogno?"
Oh, potessi stringere i tuoi piedi col mio cuore
e tenerli stretti al mio petto!

Non andartene, amore, senza avvertirmi.


(R. Tagore)



9.2.10

Al Ritorno




Ma quanto è bello tornare?
Voglio dire, tornare a lavoro fatto e ben fatto.
Voglio dire, tornare e sentire il calore e l'odore di casa.
Voglio dire, quell'odore che non è il profumo-per-ambienti, è la coperta appoggiata sul termosifone che esala calore lanoso e confortante, l'odore degli armadi di casa.
Voglio dire, aprire la porta e sentire il gatto che ti miagola a 20.000 decibel quasi avesse visto un megapesce rosso che varca l'uscio.
Voglio dire, tornare, e trovare lo scialle a ruscello sul letto come a dire prendimi, sono tuo!
e la tavola apparecchiata, che non vede l'ora che ci poggi i gomiti ma proprio i gomiti, e pieghi le ginocchia sulla sedia come l'india-nina di sempre, tutto in attesa di te

Voglio dire, trovare sul tavolo che ha accumulato posta, una cartolina dal volto blu, tutta per te, tutta per te che profuma di mare e di chagall e di te

Non è bello il ritorno? quando hai le radici profonde e trasportabili, "la strada di casa io la conosco".


Il viaggio fatto poi lo racconterò, ma questa è la mia ode al ritorno, che i fiori non si possono mica lasciare soli così tanto tempo.




31.1.10

Cuore e corpo



"Lascia che ti dica un'ultima cosa. Magari ci sono andato vicino, ma non ho mai avuto ciò che hai avuto tu. C'era sempre qualcosa che mi tratteneva o mi ostacolava. Come vivi la tua vita sono affari tuoi.
Ma ricordati, cuore e corpo ci vengono dati una volta sola.
La maggior parte di noi non riesce a fare a meno di vivere come se avesse a disposizione due vite, la versione temporanea e quella definitiva, più tutte quelle che stanno in mezzo. Invece di vita ce n'è una sola, e prima che tu te ne accorga ti ritrovi col cuore esausto e arriva un momento in cui nessuno lo guarda più, il tuo corpo, e tantomeno vuole avvicinarglisi. Adesso soffri. Non invidio il dolore in sè. Ma te lo invidio questo dolore".

(A. Aciman - "Chiamami col tuo nome" )



Parto per una decina di giorni verso Londra, faccio muovere le ginocchia, ma per lavoro. A ogni giorno penso darò un numero, che di alti e di bassi - come un ottovolante, ma un 8 che spero non sia infinito- fin troppo mi stanno sconquassando lo stomaco, giusto per rimanere nella percezione fisicacorporea del quotidiano.
Ché Nina spesso fa la vaga, fa l'eterea, ma il "momento delle caviglie" è il più netto in lei, ed è quello che davvero la dovrebbe far muovere.



22.1.10

6 sensi



Elucubrazioni ninesche del 22 gennaio 2009 alle ore undici e venti mentre si dirige verso un'anomima tipografia digitale di provincia in una strada grigia di periferia industriale mentre fuori c'è la nebbiolina, e lei è in auto da sola con la radio accesa cercando di non pensare a nulla.

Poi capita Eppure sentire (Un senso di te), magari preso a metà o a poco dall'inizio, ma non fa niente, perché è quando arriva la musica di-quel-momento, tuo intimo e tuo esterno, di giornata e di circostanza, dilatata o momentanea. E' quella che ti butta giù dalla seggiola e stai bene a sentire il fresco della terra, o ti fa saltare in aria, oppure ti incendia facile, o ti fa sprofondare nell'acqua, come tu dotata di branchie, e lì sotto puoi ascoltare e respirare come nessuno mai, e insomma nel mentre sei in un altro binario rispetto a tutti quanti, e cominciano a comparire accanto a te le valigie che hai dietro i bauli le gabbiette vuote la trousse gli specchi del viaggio.

Eppure dice sempre eppure sentire un senso di te.
Allora mi dico che è un senso proprio, come un altro oltre ai 5 che abbiamo.

Ecco, tu sei il mio sesto.

Percepire in altro modo.

Non è un semplice ricordare, non è un già risaputo vedere, non è un musicale udire, è di più, un sesto senso, che non è intuito perché c'è pure il passato col futuro e il presente assieme.


Il senso per me è in quel senso, che poi, se vuoi, è pure direzione.


Si trasforma la materia fuori, e tu sei fatta di tutti gli elementi assieme.



18.1.10

Due marinai


"Sirenina, che fai sempre lì sulla riva, prendi il sole?" - "No, prendo il mare, più che posso".



Avevano parlato a lungo di passione e spiritualità
E avevano toccato il fondo della loro provvisorietà
Lei disse sta arrivando il giorno,
chiudi la finestra o il mattino ci scoprirà
E lui sentì crollare il mondo,
sentì che il tempo gli remava contro,
schiacciò la testa sul cuscino,
per non sentire il rumore di fondo della città.
Una tempesta d'estate lascia sabbia e calore
E pezzi di conversazione nell'aria e ancora voglia d'amore.


Lei chiese la parola d'ordine, il codice d'ingresso al suo dolore
Lui disse "Non adesso, ne abbiamo già discusso troppo spesso,
aiutami piuttosto a far presto,
il mio volo lo sai partirà tra poco più di due ore"
Sentì suonare il telefono nella stanza gelata
e si svegliò di colpo e capì di averla solo sognata
Si domandò con chi fosse e pensò "E' acqua passata"
E smise di cercare risposte, sentì che arrivava la tosse,
si alzò per aprire le imposte,
ma fuori la notte sembrava appena iniziata.


Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai
Potranno scegliere imbarchi diversi, saranno sempre due marinai
Lei disse misteriosamente "Sarà sempre tardi per me quando ritornerai"
E lui buttò un soldino nel mare, lei lo guardò galleggiare, si dissero "Ciao!"
per le scale e la luce dell'alba da fuori sembrò evaporare.


26.4.09

Rain or tears?



Supponiamo che questo muso carnacialesco qua sopra sia io, e le manine, che tengono il telo delle guance per non far cadere a terra due fiumi di lacrime silenziose, di non so chi.
Forse sempre mie.

E' uno di quei momenti in cui parlo di aria mancante, di pesci e di habitat
Allora cerco con tutte le forze di trovare il mio angolo ritagliato in mezzo a tutta l'aria non mia, mi ammutolisco quando è così. 

Non è una questione di infantilismo, benché serva molta forza per superarla. E' un fattore di "non traduzione". 
Perché, pure io tentando, non trovo risposta o aiuto, e mi toglie una quantità di forze e speranza che non so spiegare. 

Allora sai che faccio? Ridatemi i miei disegni le mie foto, e mi tengo sospesa a guardarli, a mezz'aria, dove c'è la mia aria, quella che sa leggermi e a cui non devo chiedere nulla o spiegare. 
Mi ridà energia nuotarci dentro un pò, tutto qui.

C'è una specie di afa qui a Roma, non si respira bene. 
E' nuvoloso come in autunno, ma non piove neanche. Strana aria in tutti i sensi.
Oggi è Roma che è specchio.



Quei fiumi sulle guance restano a scorrere statici, diventano laghetti in attesa di asciugarsi.

Non vedo l'ora di tornare a casa


12.12.08

Era una mia vecchia cartolina





che faceva, assieme ad altre, dell'ingenua mail-art da Bordeaux, e dalle famose Place Clichy in cui sostare. 

Ma questa era speciale. Tentava di raggiungere quel che altro non poteva. 

Papavero me l'ha riportata alla mente. E questa è solo l'immagine che mi è rimasta, quando era appoggiata ancora sul piumone fucsia del mio letto, e prima che lei stessa cominciasse il suo viaggio per mare.



"Canto nel vento
come i pini
e gli alberi maestri delle navi.

Come quelli sono alta e taciturna,

e di colpo mi rattristo come un viaggio".







(Liberamente tratto da P. Neruda)

15.10.08

Filo dipanato in rosso.



(e non c'è niente da capire).



Sto preparando la valigia anch'io. Ci metto dentro un pò di tutto, quello che c'entra cioè, perché il filo intrecciato di quel cuore gomitoloso è parecchio e ci deve entrare tutto pure lui dentro, e ingarbugliato com'è non posso risparmiare spazio con il saggio e buon ordine.

Se ne uscisse qualche estremità dalla chiusura della valigia, se lo trovate se lo vedete, quella là sopra sono io.

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