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1.2.16

Sempre ora



"La poesia è un'iniziazione perpetua, e il mondo comincia ora, sempre comincia ora".


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*

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4.7.14

Solo per questo amor

sferisterio francesca ballarini
aida sferisterio francesca ballarini

"Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso, ma è più rischioso non farlo mai."

Avrò avuto 4 anni, per la prima volta all'opera. Dai gradoni dell'Arena di Verona, c'era l'Aida dai mille fasti, e io, dopo dieci minuti dall'inizio, dormivo serena, con la testa sul grembo di mia madre - ricordo ancora il freschetto di quelle pietre. Chissà che sognavo, mentre cantavano quei tipi dorati laggiù.

*

Da un po' non torno qui, e questo sarà un post difficile da scrivere, perché ho aspettato e pensato così tanto, che a un certo punto è come quando ti innamori, non lo devi dire a nessuno.
E invece certe cose si dicono, pure se si ha paura, pure se non sono ben dette o perfettamente chiare.

Quest'estate ci sarà un'Aida nuova allo Sferisterio di Macerata. Fatta di luci e di ombre, con la regia di Francesco Micheli e la direzione di Julia Jones.
Tra i maestri di spazio, di luci, di danza e di storia, c'è pure una Nina, che ha disegnato le immagini della scenografia che sarà. Una responsabilità grande, e un compito gigante e un album da disegno enorme, impensato, e ribelle.

Tanto ha disegnato da coprire il pavimento di Via Rinaldi. Son mesi e mesi, e pare assente - ma per troppa presenza, e assolutezza, come Aida, che per poter amare, lucida, sa una cosa precisa:
Io vivo solo per questo amor.
Solo. Che è tutto, e tutto ne diventa legato, a doppio nodo. Perché è specchio e destino e fibra di sé.
Come un credo, come una preghiera.


Loro, i disegni, saranno grandi. Tanto da camminarci dentro, e ribaltare le proporzioni del fuori: linee che raccontano la storia, in un enorme libro aperto, appoggiato sotto il cielo dell'arena.



Tempo fa qualcuno mi chiese, forse qui, in libertà, cosa desideravo per i miei disegni in futuro. E io risposi che mi sarebbe piaciuto - abituata a disegnare dentro il palmo di una mano - vederli coprire una terra, una superficie, avvistati da lontano, da una finestra. Arrivare a non aver paura delle grandezze, ecco.

E ora saranno sì più grandi di me, e di 100 me, e pure - per forza - delle paure delle grandezze: qui proiettati nella tasca del cielo, a respirare sotto le stelle, perduto l'inchiostro per trasformarsi in luce.


Si colorano, si accrescono, diventano labirinti, circuiti, sagome, diventano destino: in un codice proprio, intimo, segnato, raccontano di una storia lontana ma anche no, calata nell'assoluto senza tempo.

Li seguo dalla platea, durante le prove notturne di questi giorni, mentre giocano e si preparano prima di andare via, e imparo ad accettare ogni loro ribellione.
Perché son cresciuti, come i figlietti che lasciano casa, e son disobbedienti quanto basta, e tu a dirgli più stretti, più lunghi, seguite l'ombra, ora diventate rossi ché c'è la guerra!, e un po' loro vanno, come le mani sul foglio, trovano il loro posto, si lasciano camminare da Aida, nascondono il Re, arrestano Radames, si lasciano strappare da Amneris, seguono la musica, si azzittiscono, scompaiono.



E io li sto a guardare sui "gradoni" di un teatro, sveglia, ma sempre un po' dolcemente perduta, di un dolore materno, a imparare da loro, non più solo miei, ma sotto gli sguardi di tanti, e li immagino eroi pronti a ricevere tutto, bene e male che sia, e a insegnare a me - piccola Nina, come sempre.


*
aida francesca ballarini nina


Vi aspettiamo, voi, che a noi ci conoscete bene.

N.


§



20.1.14

Fade into you


C'è un disegno di taccuino di due anni fa, che scarabocchia il Café parigino in cui ero seduta il 17 gennaio, près de la Gare de l'Est, e dove poco dopo aver posato la penna ricevetti una telefonata, di quelle che ti fanno girare l'angolo di una strada, e poi cambia tutto.

E. ha visto il disegno-memoria postato malamente su instagram, ha letto il nome ed è andato lì, lui parigino più di me. Ha scattato una foto e me l'ha inviata, a ricordarmi inconsapevole la sliding door di allora.

Ha scritto "Guarda, sono entrato in un disegno di Nina".

Scoprendo la prospettiva, la verità, le bugie e le strade di lei, dico io.


Fade into you dovrebbe essere questo mi sa. Un'osmosi continua nel tempo reale, anche negli spigoli nei salti nell'immobile nel lontano e nel disabitato. Come tra cielo e mare, tra mare e cielo, uno scambio infinito.

"Guarda".

Sono ancora lì, ma non sono io, non c'è scritto nulla, non ci sono porte aperte o chiuse, solo aria, sedia, tavoli, prospettiva, un autobus che passa e copre la stazione.
E dentro, una specie di grazia sospesa e mai più straniera, ossigenata da uno sguardo che raccoglie e riporta a casa, nodo di tempo intatto, vivo. Guarda!, respira, respiro.



(I think it's strange you never knew)



*



11.6.13

5.










"Sei così piccola, ma prendi così tanto spazio."



Stanotte Io & Nina compie 5 anni. Un lustro - illustre non so, lustrato a tratti, illustrato da segni e non segni. Tempo colmo, che bombarda e riappacifica, trattiene e lascia andare.

Per festeggiarla fate questo, dite una verità - che per lei è l'eroe di ogni racconto.
Qui dentro, a qualcuno, all'aria - ma ditela. Che esca fuori da voi, che viva.

La mia verità - e la mia promessa, da sempre - è che noi non andiamo a caso, Nina.
Noi andiamo a casa. 
Tra corde e arpe, timballi e tamburi, è la nostra ricerca nel tempo, che straripa di senso, anche quando non lo vedi.

Perché, come dici spesso tu, "tout se tient".


Francesca



*


28.1.13

Ancora

nave illustrazione francesca ballarini
Come conchiglia abbarbicata e sola 
sul torace del tuo scoglio mi addormento. 
Resisto ai flutti della mia impazienza 
sentendo che il tuo cuore batte lento. 

(V.Lingiardi) 



Mi viene solo in mente quella storia dei fiumi, […] e al fatto che si son messi lì a studiarli perché giustamente non gli tornava 'sta storia che un fiume, dovendo arrivare al mare, ci metteva tutto quel tempo, cioè scelga, deliberatamente, di fare un sacco di curve, invece di puntare dritto allo scopo, […] c'è qualcosa di assurdo in tutte quelle curve, e così si sono messi a studiare la faccenda e quello che hanno scoperto alla fine, c'è da non crederci, è che qualsiasi fiume, […], prima di arrivare al mare fa esattamente una strada tre volte più lunga di quella che farebbe se andasse diritto, sbalorditivo, se ci pensi, ci mette tre volte tanto quello che sarebbe necessario, e tutto a furia di curve, appunto, solo con questo stratagemma delle curve, […] è quello che hanno scoperto con scientifica sicurezza a forza di studiare i fiumi, tutti i fiumi, hanno scoperto che non sono matti, è la loro natura di fiumi che li obbliga a quel girovagare continuo, e perfino esatto, tanto che tutti, dico tutti, alla fine, navigano per una strada tre volte più lunga del necessario, anzi, per essere esatti, tre volte virgola quattordici, giuro, il famoso pi greco, non ci volevo credere, in effetti, ma pare che sia proprio così, devi prendere la loro distanza dal mare, moltiplicarla per pi greco e hai la lunghezza della strada che effettivamente fanno, il che, ho pensato, è una gran figata, perché, ho pensato, c'è una regola per loro vuoi che non ci sia per noi, voglio dire, il meno che ti puoi aspettare è che anche per noi sia più o meno lo stesso, e che tutto questo sbandare da una parte e dall'altra, come se fossimo matti, o peggio smarriti, in realtà è il nostro modo di andare diritti, modo scientificamente esatto, e per così dire già preordinato, benché indubbiamente simile a una sequenza disordinata di errori, o ripensamenti, ma solo in apparenza perché in realtà è semplicemente il nostro modo di andare dove dobbiamo andare, il modo che è specificatamente nostro, la nostra natura, per così dire, cosa volevo dire?, quella storia dei fiumi, sì, è una storia che se ci pensi è rassicurante, io la trovo molto rassicurante, che ci sia una regola oggettiva dietro a tutte le nostre stupidate, è una cosa rassicurante, tanto che ho deciso di crederci, e allora, ecco, quel che volevo dire è che mi fa male vederti navigare curve da schifo come quella di Couverney, ma dovessi anche andare ogni volta a guardare un fiume, ogni volta, per ricordarmelo, io sempre penserò che è giusto così, e che fai bene ad andare, per quanto solo a dirlo mi venga da spaccarti la testa, ma voglio che tu vada, e sono felice che tu vada, sei un fiume forte, non ti perderai.

(da City - A.Baricco)



13.11.12

Senza rete

sanguineti acrobata ballarini illustrazioni
Acrobata (s. m.) è chi cammina tutto in punta (di piedi): (tale, almeno, è per l’etimo): poi procede, però, naturalmente, tutto in punta di dita, anche, di mani (e in punta di forchetta): e sopra la sua testa: (e sopra i chiodi, fachireggiando e funamboleggiando): (e sopra i fili tesi tra due case, per le strade e le piazze: dentro un trapezio, in un circo, in un cerchio, sopra un cielo): volteggia su due canne, flessibilmente, infilzate in due bicchieri, in due scarpe, in due guanti: (dentro il fumo, nell’aria): pneumatico e somatico, dentro il vuoto pneumatico: (dentro pneumatici plastici, dentro botti e bottiglie): e salta mortalmente: e mortalmente (e moralmente) ruota: (così mi ruoto e salto, io nel tuo cuore). 
- E. Sanguineti




18.9.12

Prisma e dopo



Prisma di Nina che c'era.
Prisma di Nina c'è.

Ero a un tavolo d'osteria giorni fa. Tovaglia verde, vassoi bianchi, bottiglie a ricoprire fino allo sguardo al di là della tavola, candele sul finto davanzale, ché fuori pioveva e pareva sera, e invece no. Dalla porta aperta vedevi tutto l'acquazzone che si raccoglieva nella tenda estiva e cadeva giù pesante, quando decideva.
Mia madre alla mia destra parlava e si muoveva verso noi altri; indossava una camicia blu a pois fitti, ancora smanicata, ché fuori pioveva, ma non importa, è fine estate e ci proviamo fino a quando punge la pelle.
Io, come un gatto dentro una stanza che fissa un punto ipnotizzato, guardavo la collana che seguiva le spalle e il petto carenato di mia madre. Stava lì a fluire, con quelle perle sfaccettate di rosso granato, grosse come confetti, che riflettevano la luce. Parevo una gazza ladra che cerca di cogliere qualcos'altro, come se ci fosse una risposta in quel movimento osmotico accanto a me - ogni tanto capita di trovare nelle cose piccine delle domande che non t'eri fatta.

[Ogni pensiero è un esilio, un esile io che si sposta]  

E insomma la cosa bella era avvertire chiara la differenza di superficie. Voglio dire, se mia madre avesse indossato una collana di perle lisce, senza sfaccettature, la luce avrebbe colpito un solo punto, riflesso una sola luce. In un modo perfetto, senza sbavature, quella - sola - luce piena, fissa. Probabilmente del lampadario del ristorante, il più evidente e più alto di tutti. E tutte le perle a guardare da una parte sola, come un coro rivolto verso un solo direttore d'orchestra, come un grido in un'unica direzione, uno, solo, netto.


Invece no. I cristalli di granato riflettevano a destra e a manca, su e giù, la luce del soffitto e quella del piatto, quella a est del cristallo del bicchiere e a ovest dei miei occhi mentre guardavo, a sud-est della posata rovesciata, a nord-ovest dell'orologio del vicino, e tutto il resto che neanche vedevo.

Erano mille occhi e mille forme, fruscianti di luce a ogni movimento del petto di mia madre. Vive.

E ho pensato che così deve essere, non desiderare di rendere liscio ciò che molteplice è. Un'instabilità di luce che ritrae tutto, in quel momento, in quel luogo, addosso a quel cuore, quel petto così fatto.

Ché fin la più piccola luce viva lì dentro non si perde, una parte di te la raccoglie, e la mostra su di sé, come le facce di una pietra brillante.

Non vorrei essere una perla d'ostrica, per quanto perfetta e preziosa, mi pare chiaro. Preferisco un prisma. E vorrei dei prismi accanto a me, nella collana in cui sono, a parlare di tutte le luci e di tutte le ombre che ci costruiscono. E tra prismi non riesco nemmeno ad immaginare le luci coraggiose e nascoste che possono essere raccontate.


Era un pensiero volante, era un esilio, un esile io che mi calma e mi spiega tutto quello che non so.








15.3.12

Nina all'Opera


Pare di no, ma Nina c'è. È all'Opera.
Per cui neanche tanto silenziosa, se ascolti davvero senti la matita che scorre, la boccetta d'inchiostro che tocca il tavolo e forse si versa pure, le dita impiastricciate che si puliscono a vicenda, il taccuino che spagina a ritrovare quel verso che Carmen canta, e a Nina piace così tanto.

Per chi non conoscesse le sue mirabolanti avventure in società, Nina da poco più di un mese è con pennelli e matite a disegnar la nuova immagine del Macerata Opera Festival dell'Arena Sferisterio, tra Carmen e Traviata e Bohème e non solo, nella rete e nella carta.
E quindi pare assente ma è più canterina che mai, e vi vorrebbe dire tutto, far leggere, scorrere ogni cosa che si vien creando e che ancora tanto dovrà evolversi.

La storia è un po' racchiusa in quel video lassù, una ninazione fotografica di quel che accadde dal 20 gennaio ad oggi.  Era a Parigi, e dalla città di Violetta Valery e di Mimì ha cominciato - lei e il suo cuore - a provar a raffigurare una cosa grande come l'opera, a prestare la mano e lo sguardo, o semplicemente quello che lei è. 

Come dicevo a una cara persona qualche ora fa, il bello non è il compiere un'impresa seppur grande e importante come questa, ma riuscire a portare te stessa in quello che fai, la verità di te, "eroe del tuo racconto", soprattutto. E qui di verità ce n'è a manciate di coriandoli, che quasi tutto non posso dire.
Per cui Nina è felice di questo, emozionata e felice.

E sorride ogni volta che pensa che questo viaggio è partito in quel dove e in quel come, dalla città amata, da poche matite colorate, da un taccuino dalla copertina nera e dai fogli gialli. Un po' senza regole e improvviso, come un temporale forse, o come l'amore, dice Carmen, che non ha mai, mai conosciuto legge.

Io vi aspetto in quell'abbraccio senza tetto che è lo Sferisterio. D'estate, e ci mettiamo il mare dentro. 
Mi son trovata nei giorni della neve a camminarci in mezzo, e tutto era vuoto e bianco e silenzioso ritagliato come un cerchio al centro della città vociante. Avrei potuto dire che quell'arena, con la neve, bianca come da disegnare, si ergeva nella mia Ninopoli.




27.9.11

Quello che siamo

Francesca


illustrazionefrancesca ballarini diventa ciò che sei

Michelangelo Buonarroti illustrazione Francesca Ballarini


rob brezsny illustrazione

Michelangelo Buonarroti illustrazione

Michelangelo si dichiarava artista "del levare", piuttosto che "del mettere", cioè per lui la figura finale nasceva da un processo di sottrazione della materia fino al nucleo del soggetto scultoreo, che era come già "imprigionato" nel blocco di marmo. In tale materiale finito egli trovava il brillio pacato delle superfici lisce e limpide, che erano le più idonee per valorizzare l'epidermide delle solide muscolature dei suoi personaggi.  (Baldini)


Oggi sono inciampata in questa frase qui:
"Il nostro compito è diventare sempre più quello che siamo. Un poeta cresce quanto più è capace di essere a suo agio di fronte alla vita”. 

Ecco, io penso che dovremmo fare tutti come Michelangelo. 

Ché il bene, quell'agio, ce lo creiamo noi quando ci conosciamo, quando ci sprigioniamo, arriviamo sempre più vicino alla nostra radice. Nell'epidermide delle muscolature c'è già la risposta, la solidità. 
Tocca togliere e non mettere, capire dentro. 

Esci dall'ombra, ché magari scopri che hai delle mani super potenti e in una silhouette mica si contano le dita che possiedi, vieni fuori dal guscio ché respiri meglio, emergi dall'acqua ché ti ci puoi specchiare, togliti l'armatura ché è solo un mucchio di latta, sorgi dalla terra che c'è un sacco di sole là fuori. Qualsiasi sia il vestito che ti copre, spoglialo e diventa ciò che sei.




This time around | You can be anyone



*


25.6.11

Piena di Grazia


Auguri mamma, che non è un caso che questo giorno fu quel giorno.

Le persone che ti amano t'indicano sempre la strada, guarda quanti fili colorati di possibilità mi raccontavi lassù.



*

22.6.11

Credo


sirena pesce credere credo illustrazione yellowletters


Quando credi non è che qualcosa ti fa distogliere, credi e basta. Nessuna terra, nessuna ragione, nessun divieto, nessun limite. Credi negli asini che volano, o che ce la puoi fare, che uno c'ha una missione e che ci crede sempre fino alla fine, credi che quello che senti è una musica chiara, che svela tutto pure se la senti solo tu, e credi pure che esistono le sirene che parlano coi pesci - che poi son quelli che ti sogni di notte, pure loro volanti. Insomma un credo è un credo. O non si chiamerebbe così. Ho molto rispetto del credo perché, come dice Chris, potrà succedere di tutto but still I’ll raise the flag.
Ecco, quella bandiera è parecchio bella.

Poi la difficoltà di farlo realizzare non intacca il credo. Neppure il tempo che attraversa, neppure la distanza che svuota, neppure la diversità. Tutto il resto è l'ordine casuale o causale di elementi. Sì, insomma quella è un'altra storia, e probabilmente è quella fondante, ma parte tutto dal "credo che quel qualcosa sia predisposto al meraviglioso". 


Ad esempio, quella sirena lassù si chiama Disì, mentre il pesce si chiama Credo, ma se glielo chiedi lui non ti risponde proprio così, lo fa a bolle silenziose, voglio dire, è un pesce. Però a quanto pare si chiama proprio così. Almeno credo. Ci devi credere però che si chiama Credo. Perché non tutto è proprio chiaro a suoni e risposte.



(Tra l'altro oggi sono vestiti a festa - li ricordate no, loro due? - perché, nuota che ti nuota, sono arrivati in un altro porto ancora, invitati ad ascoltare una storia che è stata scritta in loro onore. Leggete le Yellow Letters di lei, la cui penna è un amo, in tutti i sensi)




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11.4.11

L'Aliseo, l'amore svelato e i vincitori

come vorrei che capissero illustrazione francesca ballarini
"Gli alisei sono venti, regolari in direzione e costanti in intensità. Nella moderna lingua inglese sono chiamati trade winds, cioè venti del commercio, tuttavia l'origine della parola è molto diversa: deriva dalla forma antica tread che significava sentiero, riferendosi appunto al fatto che questi venti soffiano sempre secondo una direzione ben precisa, quasi a tracciare un sentiero o percorso nel mare, che era facile da seguire per le imbarcazioni a vela del tempo." (Wikipedia)
(Ci pensate a lasciare scie nel mare che restano come sentieri sulla terra? È un signor vento l'Aliseo, dico io.)


È passato del tempo dall’inizio della primavera e dalla fine del Contest ninesco, ma dovevo costruire il sentiero per intero, e trovarmi all'incrocio con l’altra lettera che è la giuria.
Trovare il giusto vento, per dirla breve.

Nel mentre infatti ho conosciuto di persona chi più di tutti ha dimostrato che l'amore non è un segreto, perché "l'amore è il vero colore", e l'ha svelato per tutta la vita.
Sono andata da lui, da Marc Chagall (che io chiamo m.c. perché è iniziale di diverse cose belle), l'ultimo giorno possibile, trafelata, a Roma - ché pare quasi che ci piacciano i burroni e i limiti a noi (ma anche no).

Per la prima volta l'ho visto dal vero, e pure tanto. Ho lucidato gli occhi, non volevo mai uscire, giravo da sola avanti e indietro, da capo e dalla fine, come un gatto inquieto di acchiappar tutto. Era come incontrare indirettamente un amico conosciuto mezzo secolo prima, di trovarselo ora di fronte, oltre una porta invisibile in cui passavano le sue emozioni nel tempo sin arrivare a me, dopo tutto questo tempo.
Ho ritrovato per intero quell'amore che da sempre mi segue e mi traduce, e che mi stupì già da bambina, attraverso asini e capre e bouquet, senza tanto spiegarmi perché, quando il Violinista Verde sotto forma di libro-fiaba mi fu regalato.

Io coloro poco, e tendo al blu di Chagall con gli occhi e tutto il cuore. È un blu che ti trascina a volare sopra il cielo o dentro l'acqua.

Dice che navigò così tanto in mare che pensò di essere una barca. Dice che non ci sono regole, che è solo la chimie che conta, ciò che è nell'atmosfera: "È ciò che possediamo la nostra realtà, e non ciò che vediamo".
È così.

*

Allora ecco, lungo questa scia-sentiero, da tutta la realtà che avete dolcemente posato qui, tra le braccia di Nina, come un mazzo di fiori, noi (perché eravamo due) abbiamo letto e riletto, sentito, ritrovato, riconosciuto.
Una volta era un picco al cuore, una volta era un grazie, una volta era a questo non ho mai pensato, a volte era il genio, a volte era un dolce carezza materna, a volte un vero e proprio specchio.
È stato come davvero balzare da un ritratto all'altro. E che le cartonine, disegni cari, abbiano fatto da foglia di ninfea su cui saltellare, io ne sono felice, e lo farei all'infinito (lo rifaremo insomma!).

Vi invito a leggere ogni storia, se non l'avete già fatto.

Insomma è stato difficile, e si j'avais pu, direbbe m.c., avrei premiato ognuno, perché l'espressione va premiata, fatta vedere, festeggiata, sempre.


Per cui noi vi festeggiamo tutti, ma i premi cartonineschi e onorifici vanno a due di voi!


La giuria ninesca decreta dunque i vincitori:


1- Silvia di Quel che non strangola ingrassa con "Questa specie di amore"

Per il presente e per il davvero. Silvia ha visto nella realtà ciò che è reale nelle cartonine, lo ha ritrovato, lo ha tradotto dall'attorno-a-sè, nelle sue memorie e nel suo cammino. Che è quello che Nina vuole fare, il motivo per cui esiste, come leggerci dentro "l’effetto della propria causa". Traduzioni condivise.
Il bello di tutto questo non so come chiamarlo, è sempre difficile per me definire in modo preciso ciò che mi riguarda: ma è proprio in quegli sguardi, reali, che io vedo il mio desiderio, e il cerchio gigantesco si chiude.
E arrivare alla fine del post di Silvia e ritrovarmi specchiata attraverso la sirena con lei, ha fatto correre l'Aliseo. Nella leggerezza di ogni parallelismo, naturale come un sesto senso, "dicendo quanto sia bello ritrovarmici ogni volta riflessa...". 
È il segreto che non è più segreto, ma, anzi, è visibile e in un'altra lingua.


2- Tri mamma di Mamma è in pausa caffè  con "Ombrelli"

Per quella sensazione semplice, reale, presente tutt'ora nella sua memoria, come se stesse avvenendo adesso. Pare che quegli ombrelli te li ritrovi attorno, mentre leggi.
È stato un brivido fresco. Con uno stupore innocente, mi ha detto "ma come, non lo sai?, perché ci sono ombrelli chiusi in piena estate?"
E la spontaneità del suo ricordo, dove l’ombrello è ancora una volta testimone, ma di un altro ricordo e di un’altra sensazione, diversa da quella per cui l'avevo disegnato, mi ha portato a un lettura aggiunta.
L'Aliseo ha preso un'altra via. E quel simbolo che l'ombrello è, di un mondo che di giorno si esprime in un modo e di notte in un altro, ha portato un arricchimento al disegno, come se si fosse intriso di un'altra possibilità di veduta, semplice, dolcemente netta e ancora una volta reale. Ha aggiunto un'altra vita al disegno, leggera come il vento lungo la riva.


Silvia è stata la traduzione, Tri mamma il pensiero laterale.


Giudicare un’espressione dei cuori non si può mica, perché tutto parla. Allora ci si fa guidare dal vento, al respiro ossigenante che intimamente ci porta.
“Il nostro ideale non dovrebbe essere la bonaccia, che può trasformare il mare in una palude, e nemmeno l’uragano, ma il grande e forte aliseo, pieno d’impeto e di gioia, salubre e vitale: un’eterna e costante boccata d’aria”.  (Harry Martinson, Kap Farväl!)


(Grazie a tutti voi. E, vincitrici, scrivetemi!)



***

[Aggiungo, qualche ora dopo, il pensiero dell'altro. Quello che è Nina con la O,  quello "dalle-mani-belle-e-non-solo", quello che disegna sulla sabbia, che vi ha letto assieme a me, e ora chiude il cerchio del vento]



"Aliseo inizia con A e finisce con O.
Contiene al suo interno:
- Ali, per volare
- Sei, che è il numero dell'amore
- Asilo, che è il posto dove troviamo riparo
- Sole, che è fratello di pioggia
- Sì, perché dire sì significa comunicare
- Sale, ché ce n'è tanto nel mare.
Ce ne sono altri, ma questi bastano per celebrare tutta questa bellezza, vincitrice e non.
Complimenti."





21.12.10

Déjà vu

Come uno spiritello birbo di Natale, ho deciso di rubare una piccola storia che mi è stata raccontata, e di farla mia.  (In fondo è già mia, dal momento in cui la dici, è che oggi l'ho "vista" di nuovo). 
Per cui riporto qui il suo déjà per spiegare il mio vu, anche se lui racconterebbe molto meglio, e con me prende la consistenza di sogno.


Déjà
A primavera mi trovavo in Florida. Passeggiando senza meta, entrai in una cattedrale. C'erano tante persone, e cantavano, seguendo il coro gospel che stava sulle scale dell'altare, dalle vesti lunghe e brillanti, forse verdi. Tutti battevano le mani, e le mani, come farfalle, in alto, sprigionavano gioia e forza a far vibrare le fibre di quel luogo. Un luogo celeste in terra, mi pare di percepire. Ero lì in mezzo, tra loro e cantavo pure io, credo. Verso la fine, a tempo di musica, in quel salire potente di voci che strappavano le parole al cielo, ecco cadere una pioggia di foglioline di carta, di tanti colori, in cui ci stava scritta una parola sopra, ognuna diversa, di gioia di pace di auguri.
Due foglioline verdi si erano fermate ai miei piedi. C'era scritto "Love" su entrambe.
Tieni, le ho riportate qui, mi sembrava un bellissimo segno.

Vu
In casa, nell'inverno appena iniziato di quest'anno agli sgoccioli, il mio bonsai sta perdendo foglie, ha caldo, ma fuori sarebbe troppo freddo, e allora emigrerà a breve sul pianerottolo delle scale.
Dovremmo allontanarci l'uno dall'altra, ma si devono prendere anche queste decisioni quando il gioco si fa duro. Ci sarà una porta sola d'altronde a separarci.

Però, prima di sedersi su quella sedia-da-pianerottolo, in cerca della sua dimensione, il mio bonsai ha fatto cadere due foglie, alle mie radici.



E ora, siccome è un déjà vu, anche lui sta cantando.

Io che sarei di te / I nei le vertebre 
ogni riflesso rosso perso tra i capelli
E solo a pensarti lo sento / Che i venti 
la polvere il mondo l’oceano l’idea 
di un amore tremendo / tutto è dentro te 
e come un distacco dal tempo è l’astratto dio 
dell’universo che appare attraverso quel lampo 
di sole / se guardi me / trasloco l’anima


Ma è un pò come se qua l’aria non
fosse che un via vai di tuoi respiri / Si spera anche così 
fiutando pollini / con questa scena in mente di te che arrivi


E solo a pensarti
lo sento / che i venti la polvere il mondo l’oceano l’idea / di un amore
stupendo tutto è dentro te / E come un distacco dal tempo / È
l’astratto dio dell’universo che appare attraverso quel lampo di sole
se guardi me / come l’edera / Che ostacoli non ha 
Così il mio folle amore sale ad abbracciare te.


(Edera - M. Gazzè)








*

30.8.10

Armonina



"Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto
si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro". (I. Calvino)



Le CartoNine stanno riempendo il porticciolo di là, cocciano le prue con le poppe, si incrociano le vele, e ne inventano volta per volta sempre di nuove.
E quando si parla di Nina, e mentre pure il Salotto si riempie (Lisa e la sua Mongolfiera ultima dolce ospite), le vostre voci sono tutte carezze per me.


Pochi giorni fa mi è stata scritta una cosa, e io l'ho appuntata al cuore, incorniciata, come lei a distanza di tempo aveva fatto. E ringrazio Betty, che non conosco oppure sì, e che avrà presto questo ritratto in mano.

Così mi racconta:

"Giacché ci sono, un'ultima cosa. All'epoca dell'università, nel nostro appartamento di studentesse, una mano misteriosa aveva appeso una frase:
Non v'è nulla di tanto incredibile quanto una risposta data ad una domanda che non si è mai posta.
È rimasta lì, per molto tempo, a sfiorarmi. Poi la vita, piano piano, me l'ha fatta capire.
Ecco, volevo dirti che alcuni tuoi disegni hanno dettato le domande."


Ecco, dico io.
Se la sinfonina è tutto ciò che incontrate qui - e che io stessa vedo scritto o segnato come fosse la prima volta nella mia linea d'orizzonte, eppure è già accaduto - l'armonina dell'orchestra di Nina è in questa frase, inseguita e ricercata.

Ritrovando ancora le Lezioni di Calvino, è come rincorrere affamati la sintonia ("la partecipazione del mondo attorno a noi") e in egual modo la focalità ("la concentrazione costruttiva") sulla tua vita.

Grazie a voi, ognuno un angelo per capello, mi sento una gran chioma in testa che scende giù dal cielo, oppure dal mare, ché tanto alla fin fine a Ninopoli si sta sempre a testa in giù.



Buon ritorno dall'estate.

Nina


31.3.10

A specchio





"La fantasia è un posto dove ci piove dentro." (Italo Calvino)
"La pioggia è un posto dove ci fantastichi dentro." (Nino)




12.2.10

Archi di tempo




Stamattina
tornavo da un paesino che si stava pian piano innevando - pensando poi che la neve è pioggia silenziosa - guidando per una via semitrafficata.
In mezzo alla strada era fermo un grosso camion e qualche pompiere medio-trafelato si accalcava vicino a un albero sul marciapiede.
Lì un'anziana signora guardava preoccupata in alto.

Mi son detta, se quell'albero non fosse così alto e senza rami, penserei che stan cercando di tirare giù un gattino.
Perché l'albero era veramente alto. E liscio. E senz'appigli.
Figurati se qualcosa poteva arrivare a quella cima.

E invece no. Ché se proseguivi con lo sguardo e sforzavi il tuo pensiero a cercarlo, ma ci dovevi credere eh, eccolo lì quell'esserino nero peloso con la coda perenne all'insù che come una foglia stanziava in uno dei 10 rami scalcinati che s'innalzavano vecchiarelli verso il cielo, sopra i tetti (lontani), e i balconi (lontanissimi).

Fine.


Cioè, voglio dire come ha fatto quel gatto a finire lassù?
E per arrivare fin là avrà avuto qualche buon motivo per non tornare più giù?
Gli appigli non ci sono, aiuti non ce ne sono, cose visibili, niente, eppure c'è riuscito.

Ecco, io son quel gatto, son salita su e ora non posso scendere.
Ma ciò non vuol dire che voglia scendere. E' un percorso fatto, gigantesco, per molti invisibile, ma ecco sto quassù e devo trovare un'altra via. Lasciatemi solo pensare come e dove.
Io lo capisco quel gatto.



Anni fa
mia nonna per uscire di casa, e pure per rientrarci dato che abitava al piano terra, usava la finestra, la scavalcava proprio.



Ieri sera
leggevo, e son inciampata su questa frase:

"Lei è me perché io sono ciò che vedo di fronte a me, e ciò che vedo è la goccia che manca alla mia acqua per traboccare, ciò che vedo è la finestra che impedisce al suo sospiro di giungere fino a me".



Come nonna, uscirò dalla finestra.




5.12.09

Dove ha origine la pioggia






Questi giorni sembro assente, ma in realtà vago, viaggio e vi leggo.
E' in preparazione una mostra fotografica in Caseificio, in realtà la mia prima vera mostra fotografica, per cui sono parecchio emozionata, e pure ridarella!, perché mi fa strano sia il luogo che la situazione tra le bufale e stracchini. Ma ci tuffiamo.

C'è stato il disgelo dopo un compleanno lieve, con delle luci arrivate a casa, inaspettate: nella credenza uno scrigno bianco di nome Pellegrino Artusi, nel petto una foglia luccicante che mi illumina il cor, e dolci pensieri di persone che sono reali, anche se le vediamo solo e sempre sottoforma di parole scritte e immagini da uno schermo luminoso. Ma esistono davvero.

La realtà è davvero la cosa più bella quando si sogna tanto.


Un regalo è stato il libro su Tina Modotti, romanzo biografico. Ma non son qui a parlare di questo perché non l'ho nemmeno iniziato. Proprio quando lo cercavo per leggerlo, infatti, mi era stato già rubacchiato e veniva spaginato da altre mani care, qualche stanza più in là.

In sua assenza allora mi sono volta alla vecchia biblioteca, dei libri letti passati preferiti; alcuni di essi, di cui ormai vedo il dorso da anni, stan lì un pò come quadri, e tu abituata alla loro presenza. Fan parte del tuo ambiente, e pur avendoli amati arrivi a non prenderli per molto tempo.

Fatto sta che quella sera ne ho preso uno speciale, così, casualmente si dice, ma non ne sono poi così sicura.
Un libro che comprai in Francia, quando ero a Bordeaux, circa 3 anni fa. Speciale perché in francese, ma di autrice italiana, ed è un romanzo per "giovani lettori", un pò come era il Battello a Vapore, alla mia età.

Appassionata di illustrazioni e libri per bambini e storie e racconti, ero capitata alla libreria nel giorno in cui l'autrice stessa presentava il libro e una bravissima ragazzina dai capelli rossi ne recitava alcuni tratti. L'autrice Beatrice Masini, e il libro "Si c'est une petite fille".

Allora, mentre imparavo meglio il francese, lo lessi con facilità e con grande piacere, e m'illuminai di versi frasi pensieri, e ricordo che mi stupiva che fossero così "da grandi".
E' la storia di una mamma che se ne va troppo presto, e "dal cielo" parla alla figlia, che a sua volta racconta. Una specie di diario a due. Commovente e toccante, senza retorica.

Insomma, sfogliandolo l'altra notte ho ritrovato i segni di matita che feci allora su alcuni passaggi, davvero belli, e non so perché rileggerli in francese mi faceva sentire ancora più pungente l'emozione.
Come se ritornassi là e capissi il perché di alcune mie scelte.
Un pò le avevo "dimenticate". Un pò come i dorsi di libro che ci guardano da tempo dalla libreria.
Incredibile come tutto si racchiuda a volte, no?

Tra le tante tracce di matita che avevo lasciato, una sottolineava un passaggio che avevo scordato che fu lì la prima volta in cui lo lessi. E' la donna che racconta del sogno che aveva da giovane, e che ora immagina per sua figlia sulla terra.
L'origine di un pensiero forte, che costruisce me ancora adesso. E che un pò mi ha portato a creare un immaginario che spiega cuore e pensieri miei miei, davvero miei.


"Je rêvais déjà d'un homme parfait: une personne loufoque, quelqu'un qui t'emmène courir sous la pluie pour sentir la bonne odeur de la terre, quelqu'un comme cela".



Io l'avevo scritto qui, un anno fa, in questo vecchio post: e non è come lì scrivevo, non è nel tempo di bimba-ninetta che lessi quella frase.
Solo che evidentemente, da piccola, esisteva una sensazione simile che avevo sognato, o pensato che fosse molto bella, che dovesse essere così. Nell'ingenuità e nella non-coscienza di tante cose ovvio. Ma un pò di coscienza, di armonia d'assortimento, di desiderio di futuro ce l'abbiamo presto secondo me.
E la mia memoria aveva amalgamato tutto quanto, trovandomi finalmente di fronte a quella frase, così chiara e fisica e pura, e il cerchio si è chiuso.

Felice di aver ritrovato proprio ora, in questi giorni, l'origine della pioggia. Tanto lo so che si chiude sempre tutto in un'immensa O, magari la stessa O lo sa, o come me lo saprà.
"J'étais l'ange dans la dernière rangée, j'étais en dehors du cercle de la lanterne sur la porte, derrière Nini, comme un garçon qui aurait trop grandit. Mais toi dans l'obscurité tu as cherché mes yeux, tu as souri et je n'ai plus eu froid".





14.11.09

Chanson d'automne, riflesso d'estate




Lo sapevo io che quel libro mi sarebbe piaciuto.
Mi fermo a ogni bivio a rifletterci su, come se vedessi in lui qualcosa che ho visto già io sulla mia strada. Ma visto visto dico.



Capitolo diciassettesimo
Un nuovo cuore

Me la ricordo questa pioggia d'estate.

Giorno dopo giorno percorriamo la nostra vita come si percorre un corridoio.

(...)

E poi, pioggia d'estate..

Sapete cos'è una pioggia d'estate?

All'inizio la bellezza pura che irrompe nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi così irrisori al centro stesso del sublime, così fragili e così ricolmi della maestà delle cose, sbalorditi, rapiti, ghermiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d'improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un'altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non è più un involucro, la mente abita le nuvole, sua è la potenza dell'acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come le lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, così la pioggia estiva, spazzando via la polvere immobile, è per l'animo degli esseri come un respiro infinito.

Quindi certe piogge d'estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all'unisono con l'altro.



(da "L'eleganza del riccio" - M.Barbery)






7.10.09

Dada Roma


Righe - strade ferrate linee gialle vietato attraversare i binari scale scalette ombra luce ara pacis bianco pioggia passata

Cielo - luna alba sfumato che colore è? poi di nuovo cielodiroma che sconquassa l'anima guarda su!

Acqua - e fontanelle nina che si ferma e pensa per ore, lì, ferma l'immagine!



(C'è la mostra dei DADA tra poco a Roma. Io ci sono stata poco prima che cominciasse a Roma, l'altroieri, da sola, per poche ore a cullarmi in un nido che "stropiccia l'anima". E tra treno e tra Roma, vedi che tout se tien? Dada è un tout se tien! Già prima dell'inizio. Foto da un telefonino altrettanto sconquassato, ma dovevo portare quell'aria d'istante).





13.9.09

Arcobaleno, arco per arco








Mentre guidavo ieri mattina, ho partorito un altro pensiero dei miei.

Che io e te, quando siamo assieme, è come sederci su due massi di creta, che col calore e col tempo si modellano a noi, fino a che senti indistintamente che non c'è niente di più confortante, perfetto, aderente a te.

Se non siamo da soli, se c'è qualcuno in più con noi, ci tratteniamo dal distribuire quel calore, lo mischiamo, così nessuno è messo da parte o altrove.
E' come un incontro di due cibi, non confonderli con altro, o si nascondono. Mentre solo loro due assieme, dopo quei primi minuti di mescolarsi, di fondersi, di trovarsi, di modellare quella creta col proprio calore e col proprio tempo - perché nasce davvero una specie di fuoco, di "fiamma di candela" - sono sintonia e sinfonia.


Alla fine di questo pensiero, che in testa mia era molto più chiaro di come riesca ora a fermarlo, sono arrivata su un colle sopra il mare, e sul cielo, a sorpresa, c'erano decine di archi colorati, o di Marble Arch di Hallelujah, o di cocomeri rovesciati e volanti, o di rain-bow, archi di pioggia.


Tutte le persone che erano lì stavano col naso all'insù, piacevolmente trasportati per aria, da quella sinfonia tra mare e cielo.
Sentivano lo stesso bene-essere.



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